And Roger - Un racconto spiazzante che ci fa sentire fragili.
And Roger - Un racconto spiazzante che ci fa sentire fragili.

And Roger

In un’intervista ai Cahiers du Cinéma concessa alla fine degli anni Cinquanta, Alfred Hitchcock dichiarava: “Per me il cinema non è una fetta di vita, ma una fetta di torta”. Un’immagine ironica ma estremamente precisa per spiegare come i suoi film non fossero pensati per essere analizzati con il rigore razionale con cui affrontiamo la quotidianità, bensì per essere “gustati”, seguendo le sensazioni che riescono a trasmettere mentre li stiamo vivendo.

Dentro questa frase c’è un’idea molto chiara: il cinema (così come ogni forma d’arte) non deve necessariamente essere una rappresentazione realistica e fedele della vita, ma può essere qualcosa di costruito, artificiale, spettacolare. Una “torta”, appunto: un oggetto confezionato con cura, calibrato in ogni dettaglio per generare suspense, emozione, intrattenimento, eliminando i momenti banali e superflui della realtà.

È un concetto, quello espresso dal maestro del brivido, che possiamo applicare senza difficoltà anche ai videogiochi. Non solo perché questa vecchia massima hitchcockiana non vale esclusivamente per il cinema, ma perché ci ricorda fondamentalmente due cose. Da una parte, una rappresentazione fortemente stilizzata e artificiale può trasmettere sensazioni autentiche e potentissime; dall’altra, quanto, a volte, sia davvero complesso raccontare un prodotto culturale senza rischiare di rovinarlo. Proprio perché, come una fetta di torta, va assaggiato quasi a occhi chiusi, lasciando che ogni boccone produca un effetto inatteso senza anticipazioni che ne attenuino il sapore.

Nonostante sia ricchissimo di suspense, depistaggi, colpi di scena e spaesamento, And Roger, di hitchcockiano, non ha nulla. Eppure per parlare di questo piccolo capolavoro ci torna utile la massima del regista di Psycho. And Roger è una di quelle esperienze artistiche talmente calibrate, precise e irripetibili che qualsiasi tentativo di spiegazione relativo a narrativa e meccaniche rischia di rovinarne l’impatto. Per questo l’unica cosa che mi sento davvero di dire è: giocatelo. Senza leggerne troppo, senza anticipazioni, lasciandovi semplicemente trascinare dal suo arco narrativo. Dura circa un’ora e costa (a prezzo pieno) cinque euro, quindi non avete davvero scuse.

And Roger costruisce un’esperienza che funziona proprio grazie alla sua semplicità e alla sua durata ridotta, riuscendo però a spiazzare di continuo: terrorizza e subito dopo commuove, mette a disagio e poi accoglie, alternando sensazioni opposte con una naturalezza sorprendente. Lo fa attraverso un gameplay essenziale, da visual novel semplicissima, che nasconde però una profondità di significati davvero rara.

Forse l’unica cosa che mi sento di aggiungere, senza rovinare in alcun modo l’esperienza a nessuno, è che, così come Alfred Hitchcock, con i suoi grandi capolavori, aveva dimostrato come l’immagine cinematografica potesse raccontare storie attraverso un uso estremamente consapevole del linguaggio visivo, rendendo possibile ciò che in altri modi non sarebbe stato raccontabile, allo stesso modo And Roger ci offre una prova lampante di quanto il videogioco sia in grado di trasformarsi, a volte, nel medium perfetto per narrare in maniera unica e precisissima storie, sensazioni ed emozioni.

In questo senso, l’interattività diventa il mezzo perfetto per generare immedesimazione, per creare un’aderenza emotiva totale tra il giocatore e il racconto. And Roger riesce a travolgere il giocatore con una forza difficilmente replicabile altrove, confermandoci che lo stesso percorso narrativo replicato in altre forme artistiche (letterarie o cinematografiche) non potrebbe mai conservare la stessa potenza. Nel suo racconto spiazzante, And Roger ci mette a disagio, ci fa sentire fragili, senza certezze. Ci fa vivere una condizione che mai vorremmo provare sulla nostra pelle, ma senza mai risultare ricattatorio da un punto di vista morale. È una “fetta di torta” che finisce velocemente, ma che riesce a essere emotivamente totalizzante. Una di quelle esperienze che fanno bene al videogiocatore, ma anche al videogioco come forma d’arte.

4.5