Unemployment Simulator 2018

Uno dei film che più sono riusciti a raccontare la noia, la ripetizione, l’inganno di una vita soltanto all’apparenza piena di stimoli, è Somewhere, Leone d’Oro alla mostra del cinema di Venezia nel 2010. Nonostante possa sembrare un racconto molto distante da Unemployment Simulator 2018, il film di Sofia Coppola è l’altra faccia del videogioco firmato da Samuel Lehikoinen. Laddove Somewhere raccontava come la vita di un attore di Hollywood possa risultare un loop di azioni tutte uguali, che vanno via via a perdere di un qualsivoglia valore, Unemployment Simulator 2018 ci fa vivere invece la stessa identica cosa, ma nei panni di un disoccupato della classe media contemporanea.

È la storia reale del suo autore, che proprio nel 2018 perde il lavoro, e si ritrova per mesi e mesi a non sapere cosa fare della propria vita, a vivere di rituali attraverso cui prova a trovare un equilibrio, ma che lo porteranno – letteralmente – a cadere negli antri più reconditi dell’inferno. Un inferno che ha origine nei cibi scadenti riscaldati al microonde, negli esercizi fisici ripetitivi e inutili, nelle pulizie ordinarie e superficiali, nelle brevi sessioni di masturbazione, atte ad alleviare lo stress. In Unemployment Simulator 2018 non facciamo altro che questo: restare in vita, tentando di bilanciare stress, noia, riposo e salute fisica; mentre continuiamo ossessivamente a mandare curriculum, in attesa di una risposta che non arriverà mai.

Ed è bellissimo, ritrovare dentro a un videogioco che ha solo la scocca del meme-game, un racconto così sincero, difficile e realistico, da farci rimanere attaccati allo schermo per due ore, ripetendo sempre le medesime azioni. Non mancano le variazioni ludiche sul tema, come il livello subacqueo, o i minigiochi degni di un demake in flash di Like a Dragon; così come non mancano i beat narrativi che portano, seppur lentamente, avanti un racconto che sembra non avere mai fine. Ma la forza di Unemployment Simulator 2018 non è il suo game loop, o la sua estetica reminiscente dell’avventura grafica anni novanta, ma la sua capacità di parlare a tutti, senza esclusione di colpi.

Chiunque, se non chi vive nel privilegio, ha vissuto una situazione come quella del protagonista. Magari non legata prettamente al lavoro, ma sicuramente vicina allo stato psico-fisico: quello che non ci fa uscire da un loop ossessivo di azioni che possono solo e soltanto alimentare il proprio stato depressivo. Ed è per questo che il titolo di Samuel Lehikoinen è un videogioco importante: perché in due ore ci racconta una storia comune, nella quale non solo è facile identificarsi, ma dentro cui è possibile trovare anche un pezzo di noi.

Sulle ultime battute, Unemployment Simulator 2018 la butta in caciara: insetti giganti, scheletri che ci inseguono, un maiale antropomorfo che diventa il nostro migliore amico. È un meccanismo quasi lynchiano, perfettamente in linea con quello che il gioco racconta, eppure un po’ facile e a tratti letterale. Amen, va benissimo così, e anzi – forse – è il twist migliore per entrare nelle grazie di un pubblico che dal videogioco cerca sempre più il realismo visivo, e sempre meno quello che assomiglia alla realtà fuori da uno schermo.

3.5