Il ritorno del pixel sta salvando le icone del gaming

L’altro pomeriggio è successa una cosa che non avrei creduto possibile nel 2026. In cucina si preparavano i soliti panini con la nutella per merenda mentre, in salotto, decine di soldati del Clan del Piede volavano via sotto i colpi delle Tartarughe Ninja. Per un attimo ho avuto la sensazione di guardare una scena identica ai miei pomeriggi degli anni Novanta, quando con gli amici ci accalcavamo attorno a quel cabinato con quattro joystick e pieno di tasti che profumava di sala giochi e sogni in pixel. Solo che i compagni di mio figlio non stavano giocando su un vecchio Arcade recuperato in qualche scantinato: stavano combattendo su una Xbox One dentro a Teenage Mutant Ninja Turtles: Shredder’s Revenge, il videogioco che ha dimostrato come lo spirito dei classici coin-op possa risultare ancora attuale per il mercato contemporaneo.

Guardandoli giocare, mi sono accorto che quella bellezza arcade fatta di pixel ipersaturati, colonna sonora synth-rock e gratificazione immediata non è affatto passata di moda. Negli ultimi anni è infatti tornata al centro della scena; non come nostalgia sterile, ma come linguaggio creativo capace di parlare a tutti, anche ai nativi digitali. 

È il neo-retro, bellezza: non una semplice operazione di emulazione, ma una vera e propria corrente di design che recupera l’estetica e il ritmo dei grandi classici per reinterpretarli con una sensibilità e una fluidità tecnologica figlie del presente. Per capire come siamo arrivati a questa nuova giovinezza del pixel, bisogna fare alcuni passi indietro nella storia recente dell’industria videoludica.

Il primo ci porta al 2007, anno della fondazione di Dotemu. L’azienda parigina è stata pioniera in questo campo, passando dal restauro di vecchi classici fino a diventarne, in pochi anni, l’erede spirituale. Dotemu ha avviato un fenomeno industriale profondo che ha trasformato il recupero delle vecchie proprietà intellettuali in un business solido, culminato con l’acquisizione della società da parte di Focus Entertainment per circa 37 milioni di euro nel 2021. 

Il secondo passo attraversa la critica videoludica e i forum di appassionati tra il 2010 e il 2015. È qui che il termine neo-retro ha iniziato a staccarsi dal concetto di retrogaming puro. Si faceva strada l’idea che alcuni giochi contemporanei potessero adottare stilemi del passato per scopi espressivi moderni, andando alla ricerca di un’autenticità “tattile”. Il neo-retro ci ha riportato alla grammatica essenziale del videogioco: il salto, il colpo, il pattern, il pixel.

Il terzo passo, quello decisivo per il mercato di massa, avviene nel 2018 con l’uscita di Dead Cells. Lo studio francese Motion Twin riuscì a conquistare il mondo grazie a una combinazione rarissima: animazioni in pixel art di altissimo livello, struttura roguelite e una grande dichiarazione d’amore per la tradizione dei metroidvania. Con oltre dieci milioni di copie vendute, quel titolo ha dimostrato all’industria che il linguaggio visivo dei classici poteva tornare competitivo, purché tradotto con gli strumenti e il “flow” del presente.

Oggi, mentre l’industria si avvita su produzioni Tripla A dai budget insostenibili – dove il passo falso di un singolo titolo può affondare un colosso – i grandi publisher hanno iniziato a sperimentare una via diversa: affidare i propri diamanti in cassaforte a studi indipendenti specializzati. L’esempio più dirompente di questo cambio di paradigma è il ritorno, entro il 2026, di Castlevania. Per anni abbiamo guardato la saga dei Belmont restare sospesa in un limbo, prigioniera di una Konami che sembrava aver smarrito la formula magica nel tradurre il fascino gotico in linguaggio moderno. La svolta è arrivata da una vera esternalizzazione della passione: Konami ha infatti affidato Castlevania: Belmont’s Curse proprio ad Evil Empire e Motion Twin, l’accoppiata vincente che aveva già dimostrato di conoscere il DNA della saga con le espansioni di Dead Cells.

Vedere un gigante storico affidarsi alla cura artigianale dei team indie segna senza dubbio un cambio di rotta. Konami ha capito che per far sbrilluccicare nuovamente la frusta di un Belmont non servivano necessariamente milioni di poligoni, ma la precisione chirurgica di chi vive quel genere come una missione. Questa strategia permette di risvegliare marchi dormienti riducendo il rischio d’azienda e puntando sulla creatività di quelli che ormai definiamo – e si autodefiniscono – titoli “Tripla I” (tra l’altro non perdetevi l’omonimo showcase da poco annunciato per il prossimo 9 aprile).

Questa età dell’oro per le icone del passato sta producendo frutti straordinari. Lo abbiamo visto con il ritorno di Ninja Gaiden: Ragebound, dove il talento spagnolo di The Game Kitchen – dopo averci catturato mescolando pixel art, metroidvania e soulslike in Blasphemous 1 e 2 – è stato scelto per riportare il marchio ai fasti del 2D. Mentre Team Ninja continuava a curare l’eredità tridimensionale, lo studio spagnolo è riuscito a ritrovare quella sensazione ancestrale e soddisfacente che credevamo perduta.

Ancora più sensazionale è il lavoro di Lizardcube con Shinobi: Art of Vengeance. Qui, la precisione estetica dell’era 16-bit incontra una fluidità miracolosa: le combo folli e i riflessi spinti hanno eliminato quelle rigidità che, trent’anni fa, erano limiti tecnici invalicabili. Persino Ubisoft ha provato a percorrere questa strada con The Rogue Prince of Persia, seppur con alterna fortuna, confermando che il “tocco” del neo-retro richiede un equilibrio quasi alchemico tra rispetto del passato e audacia produttiva.

Studi come questi stanno compiendo un vero restauro filologico. In questo senso, il videogioco ha finalmente iniziato a trattare la propria storia con lo stesso rispetto con cui il cinema restaura le pellicole o la musica riscopre i master originali. È una forma di preservazione attiva. Non si tratta solo di una scelta poetica, ma di una necessità conservativa quasi drammatica. Come ricordato spesso da Cyrille Imbert, CEO di Dotemu, l’industria dei videogiochi è stata colpevolmente miope per decenni. Negli anni Novanta, molte aziende giapponesi distruggevano sistematicamente i codici sorgente dei propri titoli, convinte che fossero prodotti senza valore futuro. Fare neo-retro oggi significa spesso operare nel vuoto, ricostruendo da zero ciò che è andato perduto. In questo senso, ogni nuovo titolo è un atto di resistenza contro l’obsolescenza che ha già cancellato pezzi fondamentali della nostra memoria collettiva. 

Questa età dell’oro sta producendo un restauro filologico che va oltre la superficie. Di Dotemu possiamo citare anche Metal Slug Tactics, sviluppato da Leikir Studio, e che ha richiesto una grande cura a livello di pixel, anche immaginando dettagli che in passato passavano inosservati a causa del ritmo frenetico e dei limiti dell’hardware. Dotemu è anche responsabile di altre operazioni meravigliose come Windjammers 2 e, grazie a Lizardcube, anche Street of Rage 4 e Wonder Boy: The Dragon’s Trap.

Tuttavia, sorgono due domande a cui non è facile dare una risposta: in un’industria che riscopre con forza le proprie radici, quanto spazio rimane per l’innovazione radicale? Se il futuro del gaming continua a guardare nello specchietto retrovisore per trovare solidità, rischiamo di trasformare il medium in un’eterna variazione e mescolanza su temi e generi già scritti? Intanto, mentre guardavo i ragazzi affrontare l’ennesima ondata di ninja viola, ho avuto la sensazione che almeno un cerchio si fosse chiuso. E per questo ho preso il quarto controller e mi sono unito anche io alla partita.