Pokémon Pokopia

Ho sempre guardato Pokémon da una distanza rispettosa, come si guarda un fenomeno che non ti appartiene del tutto ma che è impossibile ignorare. Ero già un videogiocatore formato quando Pokémon Rosso e Blu arrivarono in Italia, nel 1999. Avevo il Game Boy, ma lo usavo per altro. I Pokémon li capivo – tascabili come la console che li ospitava, pensati per vivere nello zainetto di chi aveva un’età che io non avevo più – ma non facevano per me. Discorso simile per le carte, il merchandise, la valanga culturale e commerciale che ne seguì.

Negli anni ho continuato a osservare da fuori, con quella curiosità distaccata che si riserva alle cose grandi. Ho visto il fenomeno passare di console in console, fino a Pokémon Go sullo smartphone: una caccia collettiva che ricordo bene perché la gente intorno a me, di tutte le età, non faceva altro. Ho visto Game Freak incassare critiche sempre più dure con Spada e Scudo, Scarlatto e Violetto: troppo uguali al passato, compromessi tecnici evidenti, zero rischio. Continuavano a non essere giochi per me.

Con Switch, però, qualcosa è cambiato. La console è ancora portatile, ma è anche da salotto. Il pubblico si è allargato, invecchiato, mescolato. E Nintendo ha capito che quello spazio andava esplorato diversamente: Leggende Pokémon Arceus, Pokémon Leggende Z-A, poi l’annuncio del prossimo Pokémon Champions l’8 aprile. Un’esigenza che oggi sembra molto chiara, e che quella brutta copia di Palworld – qualche anno fa – aveva reso esplicita in modo bizzarro, rumoroso e pistolero: “magari si potesse fare qualcosa del genere con i Pokémon veri”. Le pistole non ci sono, ovviamente. Ma finalmente si può “abitare” con loro.

Pokémon Pokopia è arrivato su Switch 2 con una premessa che, per la prima volta, mi ha fatto alzare un sopracciglio nel senso buono: basta catture e palestre, ricominciamo a costruire. Ovvero creare un posto dove i Pokémon vengano da soli, perché li hai convinti che valeva la pena farlo. Non sono stato un amante del best seller Animal Crossing e del suo essere nel posto giusto nella pandemia giusta. Però poi ho capito che la meccanica del gioco era un’altra: lo stesso team infatti ha creato Dragon Quest Builders, e questo ha dato un altro sapore a questa nuova esclusiva. Ho deciso di dargli una chance insomma. E così il regalo di compleanno di mio figlio, appena entrato nell’età a doppia cifra, è diventato condiviso. Ho macinato tante ore, per merito e colpa di ponti e vacanze pasquali. Mentre mi approcciavo al gioco, a un certo punto, mi sono ritrovato ad aspettare. Stavo aspettando che una capanna finisse di essere costruita dai miei amici Pokémon. Non in un tempo interno al gioco, ma proprio nella realtà. Ventiquattr’ore d’orologio: “Domani sarà pronta!” mi hanno detto. E lì mi sono sentito provocato, come gli spaghetti per Alberto Sordi.

Pokémon Pokopia prova a quindi rispondere a una domanda rimasta sospesa per decenni: come sarebbe vivere insieme ai piccoli mostri? Il loop centrale del videogame sta nel raccogliere materiali, costruire ambienti, attirare Pokémon. E poi accontentare le loro richieste, migliorare la loro qualità di vita, far crescere il mondo. E capire – senza spoiler – che fine hanno fatto gli umani? Infatti non c’è più traccia di donne e uomini; c’è solo una rimembranza, e Ditto assume le fattezze di quelli che ormai sono un ricordo di umanità. 

Pokémon Pokopia ha qualcosa che Animal Crossing non è mai riuscito ad avere (almeno per me): ogni Pokémon sente, vive e presenta diverse caratteristiche. È un personaggio unico, moltiplicato per più di trecento; con dialoghi specifici, preferenze uniche, abilità particolari, routine quotidiane che fanno la differenza e che creano una vita credibile di comunità. Ogni tanto è bello ficcare il naso pure tra i loro dialoghi.

Pokopia oggi si ritrova ad essere uno dei titoli di punta di Switch 2. Alcuni dicono il primo vero system seller. È indubbio che al momento sia un biglietto da visita della console per quella fascia di giocatori che non cercano il titolo più spettacolare dell’anno, ma qualcosa in cui tornare la sera, come si torna in un posto che è casa. I numeri comunicati nei primi quattro giorni di lancio parlano di 2.2 milioni di copie vendute nel mondo, da dati ufficiali Nintendo. Passato un mese è facile immaginare che stia andando oltre le aspettative per un semplice spin-off. Le copie fisiche (su game key card) sono difficili da trovare dappertutto. 

Rispetto alla longevità: Pokopia può durare 35-50 ore solo per la storia principale, ma aggiungendo completismo e passeggiate cozy supera di gran lunga il centinaio. Sessantanove euro per uno spin-off hanno fatto storcere il naso all’inizio. Poi passi le prime ore dentro quel mondo, cominci a capire la profondità del sistema e lo sviluppo che c’è dietro, e smetti di considerarlo un prodotto minore. Perché non lo è affatto.

Il profilo tecnico e grafico è notevole, benché sia la promessa “base” di chi compra Nintendo Switch 2: 60 fps stabili sia in portatile che in dock, nessun calo, tanti Pokémon a schermo che fanno le cose più disparate in contemporanea. Lo stile artistico, colorato e curato nei dettagli, è molto blocchettoso, un po’ alla Minecraft, ma con uno stile morbido e riconoscibile. Il sound design è poi particolarmente curato: senti l’eco dentro le grotte, gli splash nell’acqua, la consistenza dei vari materiali. E anche la musica di accompagnamento, discreta e con qualche accento più intrusivo a sprazzi, non risulta fastidiosa come molte altre nel contesto del cozy game.

La cosa che sorprende di più è la profondità del sistema habitat. Ogni oggetto che piazzi ha due funzioni simultanee: estetica e strategica. Quell’albero non va piazzato lì solo perché è bello: attira specifici tipi di Pokémon, genera risorse particolari, aumenta la qualità di vita. Il crafting, allo stesso modo, regge molto bene. La soddisfazione artigianale di trasformare materiali grezzi in strutture abitate è molto presente, ma più avanti, quando le mappe si ingrandiscono e le risorse si moltiplicano, la gestione dell’inventario diventa un vero e proprio lavoro. Certe volte non ricordo dove ho messo le cose, proprio come a casa mia, il che – diciamocelo – non è proprio divertente, ma risponde al Dandori: filosofia giapponese esplorata molto bene da Shigeru Miyamoto in Pikmin 4. Fa parte del gioco, insomma, sentirsi un po’ Marie Kondo. 

Una cosa che Nintendo ha fatto particolarmente bene con Pokopia, usando la sua strategia di comunicazione silenziosa, è stata quella di nascondere quasi completamente la linea narrativa nei trailer. È una storia che parla di ricostruzione, tra emozioni e narrazione silenziosa. In parole povere: c’è l’assenza e c’è la scoperta. E qui mi fermo.

Pokopia sperimenta e può farlo, da spin-off non ha il peso del franchise principale – quella macchina da guerra che ogni anno deve essere coerente con una formula decennale e con un mercato di merchandising da miliardi – e tutto ciò porta il franchise di Pokémon a crescere. Finalmente ci sono dei personaggi veri e non dei meri collezionabili. Capire dove vivono, cosa mangiano, come interagiscono tra loro: è un approfondimento decisamente antropologico.

Per chi, come me, non ha mai interiorizzato i Pokémon come linguaggio primario, Pokopia è un’esperienza peculiare. Non ho mai imparato tipi e abilità a memoria, non ho mai partecipato ai tornei, non so distinguere del tutto le evoluzioni dei Pokémon da base a Mega ex. Eppure Pokopia è il primo gioco che mi ha fatto venire voglia di saperne di più. Perché si prende il tempo di presentarli e includerli nel gameplay.

Il multiplayer fino a quattro giocatori è concettualmente una cosa molto ambiziosa. L’idea che la tua isola continui a vivere, che i Pokémon continuino le loro routine mentre sei offline. Pokopia potrebbe diventare quel tipo di gioco che esiste per anni. Ma la longevità alla Animal Crossing si costruisce con gli eventi stagionali, con gli aggiornamenti, con la cura post-lancio. Ed è qui che Nintendo dovrà dimostrare qualcosa che i numeri del lancio non possono ancora suggerire.

Pokopia è un gioco genuinamente bello, con idee originali e una qualità di esecuzione rara per uno spin-off. Ha anche una manciata di scelte di design che possono irritare: l’inventario caotico, l’attesa di un giorno reale, il crafting che può farti rallentare molto verso la fine. Imperfezioni che però meritano – in qualche modo – del sano rispetto. Dopo decine di ore sul divano, Pokopia ti lascia con una domanda sospesa: cosa rimane di noi quando smettiamo di catturare e iniziamo a costruire? Questo videogioco prova a dare una risposta. E vale la pena stare a sentire cosa ha da dire.

4
10