Da qualche anno, dopo le festività natalizie, si sente parlare sempre più spesso di Dry January: una sfida che, dopo gli eccessi di dicembre, invita a sospendere completamente il consumo di alcol per tutto il mese di gennaio. È una pratica di detox che, da una parte, punta a dare una tregua all’organismo dopo qualche brindisi di troppo; dall’altra prova a rompere quegli automatismi che ci portano a bere più per abitudine che per un reale desiderio.
Durante lo stesso periodo, nelle puntate di gennaio di Game Burger, ci siamo ritrovati più volte a sottolineare come la mancanza di grandi uscite e di notizie rilevanti abbia cambiato il nostro modo di approcciarci ai videogiochi. Nell’episodio 66 del nostro appuntamento settimanale abbiamo parlato proprio di gestione del backlog e di come, senza titoli da inseguire, siamo riusciti a tornare su giochi acquistati tempo fa e mai avviati, per un motivo o per l’altro.
Può quindi avere senso parlare di un “Dry January” anche per i videogiochi? Un periodo in cui, complice il rallentamento dell’industria, smettiamo di inseguire il gioco del momento e torniamo a scegliere cosa giocare con più calma, quasi disintossicandoci dall’urgenza continua dell’hype. Non un detox dal videogioco in sé, ma dal sistema che ruota attorno alle novità e che spesso finisce per scegliere al posto nostro cosa giocare.

Spesso, dentro GameCvlt, come realtà che cerca di parlare di videogiochi in modo più personale e approfondito rispetto alla media, ci siamo chiesti come riuscire a ritagliarci uno spazio editoriale che vada oltre gli schemi imposti dal sistema delle uscite e delle notizie. Ed è proprio in un mese in cui esce poco o nulla di davvero rilevante, e la routine mediatica attorno al gaming rallenta, che questi interrogativi tornano a galla in modo prepotente.
Il discorso sui videogiochi resta infatti quasi sempre ancorato alle novità: a ciò che è appena uscito o a ciò che uscirà. Più speculazioni che analisi, più notizie che approfondimenti. In questo modo il videogioco continua a rimanere legato alla dimensione della chiacchiera e dell’attualità, e raramente viene inserito in un discorso critico più ampio; cosa che, ad esempio, nel cinema avviene con molta più naturalezza.
È difficile vedere retrospettive, confronti tra titoli del passato, ragionamenti sulla storia delle meccaniche, sugli autori e le autrici, o sull’evoluzione artistica del medium. Siamo quasi sempre costretti a restare agganciati al presente e al futuro prossimo, perché anche i giocatori più interessati a vivere il videogioco con più profondità, faticano ad uscire dallo schema prestabilito

Ecco perché un periodo come quello di gennaio, un “Dry January” videoludico, cambia ogni anno per un breve periodo il modo in cui ci approcciamo ai giochi: crea uno spazio che, in qualche modo ci costringe a spostare lo sguardo su qualcosa di diverso dal solito. Non solo su ciò che sta uscendo, ma anche su ciò che esiste già. Su quei giochi che sono nella nostra library da mesi, su quei titoli che abbiamo abbandonato dopo pochi minuti o su quei classici a cui non abbiamo mai giocato.
Ed è abbastanza lampante di come questa prospettiva diversa rappresenti un passaggio cruciale e necessario per il mondo dei videogiochi. Serve per sviluppare un discorso critico più profondo e probabilmente può essere utile ai giocatori più attenti ed esigenti per sviluppare maggiore consapevolezza. Ma anche per creare discorsi che riescano a spingersi oltre il discorso verticale sul medium, per allargarlo a un confronto con cinema, letteratura, musica e arti visive.
Per questo sarebbe prezioso riuscire a ritagliarsi più momenti come gennaio durante l’anno: spazi in cui recuperare, rielaborare, costruire nuove idee e nuovi discorsi attorno al videogioco, invece di limitarsi a inseguire l’ennesima uscita. In parte è un percorso che, con alcune rubriche di GameCvlt, abbiamo già iniziato. Ed è possibile che siano proprio queste pagine a offrirci lo spazio per sviluppare quei discorsi, più lenti, più critici, più laterali, che altrove faticano a trovare posto.



