Fatal Frame 2: Crimson Butterfly

Ci siamo passati tutti. Qualunque videogiocatore o videogiocatrice ha ben presente la sensazione: quella di sentir nominare decine e centinaia di volte un videogioco formativo per l’intero genere d’appartenenza, con la vergogna di non averlo mai giocato. Vuoi per aver perso il treno al momento della sua rilevanza massima, o vuoi perché le stelle non si sono mai allineate, non importa: non è un vero problema, e – soprattutto – la cosa bella è che si può sempre rimediare. Apro con questa parentesi non perché io voglia mettere le mani avanti, ma perché – da grande fan del survival horror – ho sinceramente sofferto l’essere rimasto orfano, fino a metà dei miei trent’anni, di Fatal Frame, conosciuto fino a qualche anno fa come Project Zero in Occidente.

In realtà un capitolo per PS2 l’avevo giocato, forse addirittura il secondo, ma – da piccolo giocatore disattento quale ero in giovane età – non ci avevo capito niente. Ero quindi contentissimo di entrare finalmente a gamba tesa sulla saga con il “remake del remake” di Fatal Frame 2: Crimson Butterfly, uscito originariamente sulla seconda PlayStation di Sony nel 2003, e poi rivisto in parte del design e nel sistema di controllo nel 2011 su Nintendo Wii. È tuttavia un’operazione strana, quella di Makoto Shibata e Koei Tecmo, perché non si avvicina manco di striscia a quello che ha fatto Capcom con i suoi Resident Evil, specialmente dal secondo capitolo in poi. Se da una parte abbiamo infatti una riscrittura completa dell’opera originale, atta a rileggere sotto la lente del videogioco contemporaneo una pietra miliare, Fatal Frame 2: Crimson Butterfly Remake non punta ad accontentare il giocatore moderno. Anzi.

D’altronde la prima mano di vernice era stata data già, come anticipavo, da Project Zero 2: Wii Edition, ragion per cui è bastata una grafica rinnovata (seppur volontariamente plastica), un paio di aggiunte sul fronte del combattimento e qualche contenuto in più per impacchettare un videogioco che esce nel 2026, ma che assomiglia – filosoficamente – a un gioco PS2 scalato in 4K. È vero che le differenze rispetto all’opera originale sono tante, e alcune cambiano proprio il come si gioca e come si approcciano gli scontri, ma l’approccio è quello integralista, meccanico e legnoso di un gioco di tre generazioni fa. E questo non è affatto un male, quantomeno dagli occhi di uno che vorrebbe tornare indietro, nel 2003, per giocare l’originale al lancio.

La storia è quella delle sorelle Mio e Mayu, che si perdono in una foresta apparentemente sconfinata, che le porta nel villaggio di Minakami. Qui fanno una scoperta sconcertante: la loro presenza ha aperto un portale verso il mondo degli spiriti, che adesso esigono un sacrificio per lasciarle andare. Il meccanismo narrativo che muove tutto il racconto parte però da una macchina fotografica a dir poco unica: la cosiddetta Camera Obscura, che Mio trova all’inizio dell’avventura e che le permette di eliminare in qualche modo gli spiriti, come fosse quasi un’arma da fuoco.

Questo semplice elemento riporta Fatal Frame 2: Crimson Butterfly Remake nella dimensione del survival horror tradizionale: quello basato su paura e contrattacco, esattamente come fanno altri noti esponenti del genere, da Resident Evil a Silent Hill. Certo, l’azione è qui decisamente meno centrale nell’economia ludica, soprattutto durante le prime battute, ma non è scorretto accomunare l’opera di Koei Tecmo e quelle di Capcom o Konami sotto a un’unica ala: quella che si fonda sull’esplorazione metodica alla ricerca delle risorse, sul ripulire le aree da tutti i nemici, sullo sconfiggere i boss, sul backtracking e – addirittura – sul potenziamento della nostra arma. Questa può essere infatti trasformata da una sorta di pistola di piccolo calibro a un vero e proprio bazooka, capace di eliminare gruppi di nemici in un solo colpo. Il paragone non è necessariamente gratuito, anche perché ogni tipo di pellicola che possiamo caricare sulla Camera Obscura detiene il suo DPS e il suo cooldown specifici, avvicinandosi in qualche modo alle bocche da fuoco che siamo soliti vedere nei videogiochi d’azione.

Al contrario di un action game, però, in Crimson Butterfly il focus rimane sempre sull’esplorazione e sui puzzle, molti dei quali legati a una gran quantità di storie secondarie in cui è facile imbattersi durante tutto l’arco dell’avventura. D’altronde possiamo anche giocare in modo stealth, ed evitare addirittura una buona parte degli scontri per concentrarci sullo spostamento (più o meno) diretto tra le aree che portano avanti la storia. Ed è proprio questa struttura ad aree ripetute e un po’ pedanti ad avermi fatto allontanare – a un certo punto – dal gioco.

Di Fatal Frame: Crimson Butterfly Remake, durante le prime ore di gioco, ho amato davvero tutto. Ho amato la sua lentezza molto consapevole, capace addirittura di accrescere la tensione; ho amato il suo combat system legnoso ma stimolante (sì, anche grazie alla criticata schivata); ho amato addirittura la sua estetica oggettivamente un po’ grezza e démodé ma piena di fascino e immagini indimenticabili. Dopo una mezza dozzina di ore però il gioco comincia un po’ a ripetersi, a riciclare puzzle già visti, a farci tornare in zone già esplorate più e più volte, restituendoci oltretutto non molto in cambio. Questo non vuol dire che la seconda parte del gioco non abbia un valore, anzi: la tensione rimane alta e addirittura alcuni dei momenti migliori arrivano negli ultimi tre capitoli, ma avrei preferito un’esperienza un filo più asciutta e concentrata, che andasse a lavorare in crescendo, piuttosto che su pattern ben definiti che alla lunga potrebbero non entusiasmare abbastanza.


Eppure, l’ultimo remake firmato da Koei Tecmo è forse il modo migliore per rigiocare oggi a un grande classico del survival horror, capace di imporsi nuovamente per il suo immaginario unico e spaventoso, e soprattutto per un’idea di uomo contro spirito rimasta inesplorata da altri franchise e altri autori, nei decenni successivi. Almeno, in questo modo. È anche un videogioco difficile da consigliare a chi cerca il nuovo Resident Evil, perché se Requiem rappresenta quasi l’essenza stessa dell’andare incontro a tutti i giocatori, Fatal Frame 2: Crimson Butterfly Remake è un mezzo dito medio a quella filosofia. Perché se un’idea funzionava meravigliosamente più di vent’anni fa, ed è stata in grado di formare un’intera generazione di fanatici dell’horror, allora vuol dire che quella stessa, identica, idea – ancora oggi – un valore ce l’ha.

3.5