Credo fermamente che la più grande colpa dei JRPG sia quella di risultare, spesso e volentieri, inaccessibili al pubblico largo. O meglio, a quel pubblico largo che ha ampiamente superato la post-adolescenza e non ha tempo, o voglia, di leggere pagine su pagine di istruzioni per poter giocare a un videogioco. Parliamo, di fatto, di titoli in cui perdersi per decine e centinaia di ore, costruiti su micro-meccanismi il più delle volte ripetitivi, ridondanti e spesso complicati, e che funzionano davvero soltanto quando li si abbraccia nel modo più totalizzante possibile. Non che tra questi non ci siano grandi capolavori, anzi, forse alcuni tra i più importanti pilastri del videogioco vengono proprio da qui, ma da trentaquattrenne che ha troppe cose da fare – tra cui giocare a molti videogiochi – mi risulta sempre complicato iniziarne uno a cuor leggero. Ero quindi un po’ spaventato dal giocare Monster Hunter Stories 3: Twisted Reflection, di cui non avevo mai provato nemmeno un capitolo, ma di cui avevo sentito grandi cose durante le anteprime dei colleghi, nelle ultime settimane. Ecco, qualche decina di ore più tardi ho capito che grande errore avessi fatto a non abbracciarlo fin dal suo annuncio.
Nonostante io sia stato (e sono, in realtà, tutt’ora) un giocatore di Monster Hunter, la mia attrattiva per il filone a turni nato su Nintendo 3DS è sempre stata poca; vuoi anche perché Capcom – fino a oggi – l’ha sempre trattato come un suo franchise minore. È invece facile capire perché il terzo capitolo del franchise, che esce tra qualche giorno su tutte le piattaforme, sia stato invece trattato alla stregua delle altre grandi uscite della software house giapponese, che rischia di firmare un 2026 come nessun altro. Inutile dirvi quindi che, a occhio, potremmo trovarci davanti al JRPG dell’anno.

La storia è quella di una famiglia reale che si ritrova davanti a due Rathalos: mostri che mancano da millenni nella propria fauna, e che si dice portino con sé cattive notizie. Non per il nostro (o la nostra, a seconda del personaggio che andremo a crearci) protagonista, che crea immediatamente un legame con uno di loro, mentre l’altro viene rubato incomprensibilmente dalla madre, che sparisce dalla vita del regno. Da qui il nostro diventa adulto, entra a far parte dei ranger che tutelano in qualche modo l’ecosistema della regione, e si ritrova a vivere decine di avventure in compagnia della sua squadra, tra mostri che sembrano impazziti e le ombre di una madre mai più ritrovata. Non c’è niente di troppo originale nel soggetto di Monster Hunter Stories 3: Twisted Reflection, ma la messa in scena – vicina a quella del miglior shonen moderno – riesce a sostenere l’intero racconto con gran dignità.
Il merito va prevalentemente a un’estetica straordinaria. Raramente sono rimasto così stupito davanti a un videogioco in cel-shading, ma l’ultima release di Capcom è stata in grado di rapirmi col suo colpo d’occhio fuori scala, che riesce a regalare immagini straordinarie non solo nelle cutscene che compongono il racconto, ma soprattutto nei suoi scenari aperti e totalmente esplorabili, nelle sue città contenute ma ricchissime e piene di vita, nei suoi mostri – tratti ovviamente dal franchise principale – rivisti sotto a una chiave più cartoon. È uno dei JRPG visivamente più ricchi e indimenticabili di questa generazione, e già solo per questo, l’opera di Capcom, può definirsi in qualche modo speciale.

Ma in un JRPG è il gameplay a farsi vero cuore dell’esperienza, e anche qui, grazie a qualche rifinitura rispetto a ciò che ci aspettiamo dal genere, il terzo Monster Hunter Stories fa centro. È facile sbolognare l’elemento ludico di Twisted Reflection definendolo come “un Monster Hunter a turni che fa il verso a Pokémon”, ma la realtà è ben diversa. Se il gameplay loop si basa ovviamente sull’esplorazione, sugli scontri attraverso il classico sistema a turni basato sulle debolezze e sul portare a compimento quest principali e secondarie mentre potenziamo il nostro armamentario, è invece sull’aspirazione da monster collector che il gioco regala il meglio di sé. Invece che cacciare semplicemente i cosiddetti monstie, qui – addirittura – possiamo catturarli, saccheggiandone le uova nelle decine di micro-dungeon che popolano il mondo di gioco. Una volta riportate nel nostro hub le faremo prima schiudere, e poi rimoduleremo la nostra squadra, incrociando eventualmente le abilità degli uni e degli altri.
Questo semplice ma originale elemento, unito a un combat system difficile da padroneggiare ma estremamente soddisfacente sul lungo periodo, rende l’opera di Capcom qualcosa di più dell’ennesimo JRPG impersonale e un po’ fanciullesco a cui il genere ci ha spesso abituati. Non mi vergogno di dire, anzi, che ho preferito di gran lunga questo a Monster Hunter Wilds, che pure mi era piaciuto, ma a cui mancava un elemento per me fondamentale quando si parla di avventure particolarmente longeve: l’epica.

Se in Monster Hunter Wilds la campagna si presentava quasi come un tutorial propedeutico a una serie di operazioni meccaniche relegate all’endgame, Monster Hunter Stories 3: Twisted Reflection ci accompagna per mano in un viaggio a cui sentiamo di partecipare attivamente. Non siamo dalle parti di Final Fantasy 6, o del 7, ma ci troviamo comunque anni luce distanti dal JRPG più impersonale che esige il nostro tempo, restituendoci indietro soltanto un effimero senso di soddisfazione dato dai numeri incrementali. Nel videogioco di Capcom ci sono sì i numeri, i potenziamenti, le armature e le armi, gli ecosistemi da riattivare, i boss, le side quest, le avventure legate ai singoli co-protagonisti e tutto quello che un fanatico del genere si aspetta, ma c’è anche la grande epopea di una famiglia, capitanata da noi, mentre cerchiamo di risanare un intero regno. Che oltretutto, andando dritti verso l’obiettivo e senza perdere troppo tempo in attività opzionali, difficilmente vi durerà più di una trentina di ore.
Tornando al discorso d’apertura, quindi: Monster Hunter Stories 3: Twisted Reflection è un JRPG per le persone a cui piace perdere tempo? Anche, perché la quantità di contenuti è oggettivamente tanta, tra attività di vario tipo e min/maxing della vostra squadra. Ma se siete giocatori e giocatrici come me, magari con poco tempo libero ma con gli occhi aperti su quello che di bello ci offre oggi il panorama del videogioco “grosso”, potete saltare non solo gran parte delle sue attività, ma anche il managing più complicato del vostro personaggio, concentrandovi su una storia che – a prescindere dal tempo investito – merita di essere giocata.
E quindi, nonostante una certa ripetitività propria del genere, qualche missione un po’ superficiale e una lunga serie di meccaniche che possiamo anche permetterci di non approfondire, Monster Hunter Stories 3: Twisted Reflection risulta oggi il miglior JRPG possibile: quello che ci fa vivere una storia e perdere in un mondo, senza mai (o quasi) la sensazione di star inseguendo un passatempo infinito.



