“Non sono capace”. E’ la prima cosa che ho detto ad Alessandro, il mio fidanzato, quando mi ha messo in mano un controller di cui non conoscevo la console. “Non mi piace”, è stata la seguente risposta al suo tentativo di persuadermi.
Che non fossi capace effettivamente era vero, che non mi piacesse invece, non potevo saperlo. Per i primi 21 anni della mia vita posso dire di non aver quasi mai toccato un videogioco (tralasciando i miei sporadici tentativi con Cooking Mama e qualche “partita” a Grand Theft Auto con mio cugino più grande). Nulla di tutto questo però è paragonabile a ciò che ho avuto modo di conoscere negli ultimi anni.

Mi sono spesso trovata a discutere con Ale del perché, da appassionata di cinema, non fossi mai stata allo stesso modo attratta dal mondo del gaming. Ancora oggi mi è difficile trovare una risposta. Probabilmente non c’è una motivazione omnicomprensiva. Sicuramente la colpa va un po’ al contesto in cui sono cresciuta, un po’ al fatto che sono femmina (sì, i videogiochi mainstream sono pensati ancora principalmente per gli uomini), e un po’ a banali pregiudizi che mi hanno tenuta lontana da qualcosa che – fino ad allora – non avevo mai sentito mio.
La verità è che i videogiochi non mi hanno mai affiancata nella vita.
Non ho ricordi associati ai videogiochi nella mia infanzia o adolescenza, non ho memorie di momenti importanti, divertenti o formativi vissuti con un videogioco, ed è forse per questa mancanza di memorie che non sono mai riuscita ad affezionarmi.
La differenza da allora è che in questi 4 anni di sessioni, a volte sporadiche, altre volte intense, mi è sembrato finalmente di riuscire a capirli, e in qualche modo a volergli bene. Sarei disonesta se dicessi che li amo quanto amo il cinema, e dentro di me so che probabilmente non accadrà mai. Però oggi riesco finalmente a vederli, a comprenderli, a riconoscerne il valore e a rispettarli, come rispetto ogni opera nata dall’urgenza profonda che spinge la “creazione”.

Impossible mode
Il primo grande scalino per me è stato, appunto, quello della comprensione. Si trattava di una lingua nuova, di un ingrediente mai provato prima. Come tutto quello che non si conosce, dovevo imparare prima di tutto a tradurlo in qualcosa facile da comprendere.
Così come nella maggior parte delle cose che proviamo ad imparare in età adulta, la difficoltà si è rivelata estrema. Credo che questo primo step iniziale sia stato per me, più che uno scalino, una montagna. Imparare dei nuovi linguaggi in un momento in cui il tuo cervello pensa di averne già appresi abbastanza per leggere il mondo, è tra le sfide più difficili che ho affrontato in questi ultimi anni.
“Level design” è tra le prime parole che ho imparato del linguaggio del gaming, il che si traduce nella mia prima grossa sfida: leggere lo spazio. Ogni volta che mi trovavo dietro alle spalle del mio personaggio, con il controller tra le mani, mi sentivo persa.
I suggerimenti di Alessandro da una parte dell’orecchio, la musica incalzante dall’altra, ed io ferma – quando andava bene – o in panico – nella maggior parte dei casi – a muovere tutte le levette del joy-con contemporaneamente. Mi sentivo confusa, frustrata e senza direzione, perché in quel mare dov’ero immersa, non sapevo nuotare. Esclusi quindi tutti i giochi in terza persona, in cui dovevo muovere personaggi e visuale interpretando lo spazio attorno a me, mi sono imbattuta in uno dei miei primi amici: Inside.

Non so se lo definirei un gioco semplice, forse non lo è affatto considerando che ci ho messo oltre un’estate per portarlo a termine, ma è il gioco che, prima di ogni altro, mi ha fatto capire qualcosa. La libertà parziale di movimento nello spazio, abbinata da un’inquadratura larga che permette una visione completa di ciò che sta accadendo (in termini tecnici parlo del side scrolling), sono state la chiave che mi ha permesso di godermi davvero questo videogioco. Ammetto di aver avuto dei momenti di sconforto nel rimanere costantemente bloccata davanti a muri o porte che non sapevo come superare, ma la volontà di comprendere un universo così nuovo e affascinante ha, infine, avuto la meglio.
Mi sentivo avvolta da quel velo di solitudine e mistero, gratificata da quelle sfide che apparivano prima impossibili e poi sormontabili. È con Inside che, per la prima volta, mi è sembrato finalmente di far parte di quello stesso cosmo che giuravo non potesse piacermi.
Extreme Mode
Il gusto personale è tutto. Ammettiamolo: ciò che ci piace coincide spesso con ciò che ci fa sentire capiti, visti, raccontati. Arte, letteratura, cinema e videogiochi hanno prima di tutto la funzione di raccontare storie, concetti o situazioni. Ogni progetto creativo è, prima di tutto, un messaggio.
E proprio perché l’arte esiste nel momento in cui trasmette un segnale, è naturale e legittimo saper cogliere, in primis, ciò che riusciamo a “leggere” meglio. Attenzione, con questo non intendo dire che dobbiamo per forza trovare il videogioco che parla di noi; sarebbe impossibile, ma stringere il cerchio e includere innanzitutto i propri interessi, aiuta. O almeno per me è stato così. Chi segue il canale Youtube di GameCvlt avrà avuto modo di finire sulla serie “Operazione Clarissa” in cui Alessandro prova a farmi appassionare a i videogiochi proponendomi 10 titoli di generi completamente diversi tra loro. Anche grazie a questo, tra infiniti e faticosi gradini, la meta non sembrava più così lontana. Capire ciò che non mi piaceva è stato fondamentale per iniziare ad apprezzare tutto quello che invece, mi arricchiva.
Constatato che, come nel cinema, tutto l’amore che non provo per le avventure (tolte alcune eccezioni) si riversa invece in un affetto incondizionato per i drama, ho trovato il mio rifugio in giochi come Journey, Grief e, il mio preferito in assoluto: Doki Doki Literature Club.

D’altronde sono una persona che, nel bene o nel male, vive tutto in modo viscerale, concedendo alla logica uno spazio secondario. Potete quindi immaginare quanto poco fosse nelle mie corde vagare per Silent Hill, braccata da mostri e suoni inquietanti, alla ricerca di chiavi e indizi sparsi nella nebbia. Al contrario invece, assistere alla drammatica morte di Sayori, accompagnata dall’inquietantissimo motivo di Doki Doki Literature Club, mi ha devastata in un modo così inaspettato da darmi, ancora oggi, i brividi.
Certo, la strada per capire e costruire il nostro gusto personale è spesso in salita e ricca di momenti di sconforto. Ci si trova ad attraversare territori ostili e con nulla in comune a noi. Durante questa fase il percorso sembrerà spesso inutile e troppo dispendioso di energie, eppure, alla fine, diventerà la base per fondare il nostro giudizio.
Hard Mode
La compagnia è la vera svolta. Come accade con tutte le esperienze nuove, affrontarle da soli richiede uno sforzo maggiore, condividerle alleggerisce il peso. Nel mio caso, però, non si è trattato di dividere davvero a metà i primi passi nel mondo dei videogiochi. Il mio compagno di avventure, infatti, è Alessandro, che non definirei decisamente principiante.
All’inizio stare al passo con lui era, già di per sé, una sfida. Poi, dopo mesi di pratica in solitaria e diversi tentativi insieme, ho finalmente raggiunto una sicurezza tale da potermi addentrare nel mondo dei videogiochi cooperativi. Ed è lì che qualcosa è scattato. Intrecciare la mia esperienza alla sua è stato sorprendente. Finalmente non mi sentivo più sola o spaesata, ma vicina a qualcuno che poteva sostenermi e che, anche io, potevo ricambiare.
Come anticipavo, i videogiochi sono stati pressoché assenti nei miei primi 20 anni di vita, il che mi rendeva impossibile associarli a qualunque cosa. In questi 4 anni invece sono riuscita a costruire ricordi e momenti meravigliosi, soprattutto con le persone che amo. Ho imparato infatti a vivere il videogioco – anche – come un momento di svago e convivialità; un ritrovo interattivo dove divertimento e concentrazione potevano coesistere; un mondo nuovo capace di portarmi in universi fantastici.

Dalle sfide a Mario Kart il sabato sera con gli amici, alle infinite partite a Golf with your friends la domenica pomeriggio, ho iniziato ad affezionarmi all’idea di videogioco leggero (con calma eh), pensato come pausa piuttosto che performance. Più di tutto però ho capito la bellezza del vivere l’esperienza interattiva in condivisione, iniziando ad associarla, per esempio, all’andare al cinema in compagnia. Ho allenato la curiosità ed il pensiero critico appassionandomi a tanti piccoli mondi diversi. Ho finalmente iniziato a coltivare dei ricordi che hanno come protagonisti sia le mie persone piu’ care, sia i videogiochi.
Soprattutto, ho iniziato ad attingere davvero dal medium: imparando a ragionare in modo più analitico, a osservare con più attenzione, ad attivare aree della mente che raramente mi capita di coinvolgere. Ho imparato – e sto ancora imparando – a gestire la tensione con lucidità, a dosare le reazioni aspettando il momento giusto, a pensare rapidamente ma senza perdere precisione.

Normal mode
La strada è ancora lunga. Ne sono consapevole. Non credo di essere ancora una videogiocatrice e, forse, non mi interessa nemmeno esserlo. Allo stesso modo, nonostante una media di 6 film a settimana, non mi considero una cinefila. Insomma, il punto è che, per me, amare qualcosa non implica necessariamente “ossessione”. La passione autentica che ogni domenica mi porta al cinema nasce dall’impulso semplice di scoprire qualcosa di nuovo. E, poco alla volta, sento che anche per i videogiochi sta iniziando ad essere così.
Protagonista indiscusso di questa esplorazione autonoma è, sicuramente, Animal Crossing, mio fedelissimo compagno nel processo di integrazione del videogioco nella routine. Trovare un posto sicuro dove tornare sempre e appassionarmi con costanza ad un solo universo è stato fondamentale per costruire la capacità di approcciarmi al gaming, in totale autonomia, senza spinte esterne. Un gioco semplicissimo, a tratti banale, eppure ricco e accogliente. Un gioco che fonda le sue radici sul concetto stesso di ritualità, quotidianità e impercettibili mutazioni. Animal crossing è stato davvero l’elemento fondamentale che ha permesso di segnare un primo traguardo nel mio percorso.

Forse il vero segreto dell’apprendimento, qualunque esso sia, è proprio la semplicità. Troppo spesso ci imponiamo sfide che, se affrontate tutte insieme, risultano indigeste e respingenti. Impegnarsi a frazionare l’esperienza in passaggi più piccoli, attraversarla un frammento alla volta e godersi la progressione, è il modo più efficace per comprenderla davvero e imparare ad apprezzarne ogni sfumatura.
La me di quattro anni fa, messa di fronte a un gioco come Reanimal, non avrebbe avuto gli strumenti per comprenderlo a pieno. È grazie a un percorso fatto di tentativi, errori e progressi graduali che oggi invece, riesco a percepirne l’immensità della sua forza espressiva. Entrare in contatto con personaggi fragili e impauriti, che parlano attraverso immagini pregne di un dolore animalesco, mi commuove ora in un modo che mai avrei immaginato. La commistione magica tra mondi a tratti vicinissimi all’incubo febbrile, a tratti rappresentativi della storia dell’umanità, rappresenta nel modo piu’ esaustivo possibile, l’enorme valore del medium.

Sarà che quei bambini zuppi di pioggia e fango lo siamo stati, almeno una volta, anche noi. Sarà che il mondo sembra sempre più un posto pieno di corpi che si trascinano guidati da 5 grassi animali ultra potenti. Sarà che l’orrore della guerra, quando vissuta così vicina, farà sempre rabbrividire. Sarà tanto di tutto questo, ma è anche grazie ad un immenso lavoro sui dettagli, la precisione e, come dicevo all’inizio, sul messaggio, che questo titolo è finito tra le esperienze interattive più belle e drammatiche avute negli ultimi anni. Un ricordo che non dimenticherò mai.
Come in ogni cosa, non si smette mai davvero di imparare. Perciò la mia “easy mode” la considero più un orizzonte immaginario, e ancora lontanissimo, che un punto d’arrivo reale. Eppure, il fatto stesso di trovare la volontà di addentrarmi e continuare a sperimentare in un luogo che, fino a poco fa, non avrei nemmeno voluto abitare, mi fa sentire nella direzione giusta.








