Guardando il panorama italianissimo di Arc Raiders, dove si riesce a scorgere lo spazioporto di Acerra e i cartelli arrugginiti della Salerno-Reggio Calabria, si percepisce ultimamente una strana malinconia nei confronti del futuro. Il titolo sviluppato da Embark Studios, rilasciato a fine ottobre 2025, è stato un successo su tutti i fronti: dal picco su Steam di quasi cinquecentomila giocatori in contemporanea, ai circa quattordici milioni di copie vendute, fino ai milioni di utenti che ogni giorno provano a ottenere del buon loot nella Rust Belt. La città sotterranea dove tutti i raiders si rifugiano si chiama “Speranza”, ed è proprio la speranza che alcuni player stanno perdendo nei confronti di aggiornamenti che sembrano arrivare col contagocce.
Il CEO di Embark Studios, Patrick Söderlund – fresco di promozione a Executive Chairman di Nexon – qualche giorno fa, rispondendo a un’intervista di IGN, ha raccontato come lo studio si stia muovendo su una roadmap molto cauta, evitando grandi promesse difficili da mantenere. Söderlund ha sottolineato come la direzione del live service sia molto chiara, ma la priorità rimane la trasparenza nei confronti del pubblico, con aggiornamenti dettagliati e vicini tra loro, per non rischiare di creare problemi nel caso cambiasse qualcosa durante la programmazione dei nuovi contenuti.

Tutto ciò ha però alimentato un po’ di malcontento tra i giocatori, che in questi giorni hanno avuto la possibilità di fare il secondo wipe previsto: il totale azzeramento degli obiettivi e traguardi raggiunti per ricominciare “tutti insieme” l’esperienza. Ma al contrario di altri videogiochi, come ad esempio Escape from Tarkov, il wipe di Arc Raiders è facoltativo. Questo perché il profilo del giocatore tipo si è scisso in tre diverse categorie. Ci sono i casual gamers (grandissima novità e vero grande risultato ottenuto dal videogioco di Embark), i pro players e i grinder.
Mentre i competitor affilano le lame (con Bungie che ha lanciato il 5 marzo Marathon: extraction shooter dalla veste acida e psichedelica) il gameplay loop di Arc Raiders comincia un po’ a mostrare il fianco. Il genere degli extraction shooter è, per sua stessa natura, un teatro di negoziazione costante. Non si abbattono solo i nemici: si spara per proteggere il tempo investito e le risorse ottenute, con l’ansietta di perdere tutto in pochi secondi. Ma cosa succede quando quel tempo inizia a sembrare sprecato, o addirittura noioso? E cosa resta, soprattutto, se la roadmap viene centellinata come acqua nel deserto per ottenere, alla fine, soltanto aggiornamenti estetici? Guardando all’annunciata roadmap Gennaio-Aprile a distanza di mesi, sembra davvero ci sia poco da essere entusiasti.

Per comprendere meglio dove Arc Raiders stia scricchiolando dobbiamo tornare, come dicevamo, a guardare alle tre categorie di persone che popolano le sue rovine. Il gioco ha creato, consapevolmente o involontariamente, una stratificazione “sociale” fatta di dinamiche umane diametralmente opposte, che oggi faticano a convivere nello stesso condominio.
1. Casual gamers e dummies
Sono i videogiocatori che si approcciano al titolo con lo spirito di chi ha a disposizione soltanto quella misera ora d’aria post-cena. Pare che molti di loro non abbiano fatto il wipe: dopo mesi passati a collezionare blueprint e coin, trasformare il videogioco da piacere a “secondo lavoro” – per questa categoria – è impossibile. Il sistema dell’estrazione può diventare un esercizio di frustrazione, poiché perdere tutto senza avere la struttura temporale per ricostruire appare quasi come burocrazia punitiva. Nel frattempo molti continuano a spammare il “don’t shoot”, cercando un’esperienza più social, cooperativa e rilassante. Ecco, loro sono gli amanti del PvE puro, diciamo un po’ alla Helldivers 2.
2. I Pro players
Dall’altra parte ci sono i Pro, quelli che vivono di performance, kill PvP e loot utile per costruire le armi migliori del gioco. In verità, Arc Raiders non è ancora così rifinito da essere diventato un titolo puramente competitivo: soffre di problemi di bilanciamento, propone un ritmo troppo compassato e la mira assistita su console crea numerosi attriti nella community. Il Pro vuole il controllo chirurgico e una roadmap che giustifichi il suo perfezionismo. Se le informazioni arrivano a rate e non si conoscono i bonus esatti per i prossimi wipe, percepisce una mancanza di rispetto per la sua dedizione. Non gli basta accumulare vittime: vuole sapere che il campo di battaglia su cui investe le sue ore non verrà sbilanciato e smantellato senza preavviso.
3. I Grinder
Sono gli accumulatori seriali che vivono per il loop infinito del bottino. Loro hanno già tutto. Hanno scavato ogni angolo della mappa, aperto porte rare, accumulato ogni risorsa possibile. E qui sorge il paradosso più grande: chi ha finito il gioco si sta annoiando a morte. Senza un end-game solido o un’economia che permetta di trasformare il bottino in qualcosa di socialmente rilevante, il Grinder si sente un Re Mida senza nulla da poter toccare. Il secondo wipe di marzo ha costretto tutti a ricominciare, ma per andare dove? Per tornare esattamente nello stesso punto.

L’ombra di Marathon e di altri competitor – come Pubg: Black budget – non è solo una questione di concorrenza commerciale. Arc Raiders oggi sembra soffrire della sua stessa genesi geniale: nato come cooperativo PvE, trasformato in estrattivo, finito in PvPvE e ora incastrato in un limbo di incertezze che rischia di non accontentare nessuno (a proposito, se siete incuriositi dalla sua backstory guardate il documentario in tre puntate).
Nonostante il successo, costruito anche sull’uso straordinario di Unreal Engine 5 e su una lore solida e affascinante, il rischio dell’abbandono di parte della community rimane concreto, e la crescita organica per il giocatore di Arc Raiders sembra oggi monca. Insomma l’estrazione più difficile, alla fine, non è quella di un oggetto raro dalle rovine di una città disabitata, ma quella della fiducia di una community che sta iniziando a guardare altrove.



