ZPF

Viviamo in un’epoca in cui il mercato è letteralmente inondato di produzioni indipendenti che sfoggiano un’estetica in pixel art con il fine di solleticare la nostra nostalgia. Eppure, la stragrande maggioranza di questi titoli sfrutta motori moderni, mascherando con filtri grafici e giochetti di prestigio meccaniche figlie del nostro tempo. ZPF sceglie di non fingersi omaggio al Sega Mega Drive. ZPF è un videogioco per Sega Mega Drive.

Appena avviato ZPF (Zero Point Field) vi sembrerà di tornare in una sala giochi anni ’90. Le sensazioni sono quelle delle luci al neon, del profumo di popcorn, dei cabinati stipati in ogni angolo. ZPF è un tuffo nel passato per chi ama i giochi arcade in 16-bit e tutte le loro sfaccettature; pregi e difetti compresi.

Parliamo di uno shoot’em up sviluppato da Mega Cat Studios per Sega Mega Drive e Genesis, rilasciato inizialmente nel novembre 2025 ma arrivato solo adesso sulle piattaforme di ultima generazione. Il gioco si presenta come un classico del suo genere: lo sparatutto a scorrimento orizzontale di una volta, basato su riflessi, velocità e precisione.
Appena si prende il controller tra le mani si capisce la vera natura della produzione: non vuole prenderti per mano e dilungarsi in inutili tutorial ma, al contrario, ti butta subito nella mischia e ti fa capire che ogni errore verrà punito, e che ogni vittoria va sudata fino all’ultimo bit.

La struttura è semplice quanto ottimale. Ci si fa strada tra livelli pieni di proiettili e nemici di ogni tipo senza alcuna distrazione. Il sistema di controllo è preciso, pulito e soddisfacente. Ogni elemento tipico del genere di appartenenza funziona, ed è riproposto qui con una cura e un senso filologico encomiabile.

Il gameplay ruota attorno a tre semplici tasti: un fuoco principale (dotato di un graditissimo autofire), una bomba per pulire lo schermo e un attacco in mischia estremamente ravvicinato. La scelta del mezzo all’inizio del livello, però, definisce radicalmente il vostro approccio. Potete optare per i colpi concentrati della nave Gold, per il fuoco a ventaglio del mezzo Gradius, oppure per il Knight: un cavaliere volante con l’attacco corpo a corpo devastante. La struttura di base potrebbe sembrare scolastica, con i suoi sette livelli e la possibilità di scegliere liberamente l’ordine dei primi tre, ma è nell’economia di gioco che ZPF rivela di che pasta è fatto. 

I nemici abbattuti rilasciano valuta da spendere in un negozio all’inizio di ogni stage, dove è possibile acquistare vite, potenziamenti per le armi e persino la possibilità di rallentare i colpi avversari. Il compromesso? Un singolo errore costa carissimo. Venire colpiti non significa solo perdere una vita e i potenziamenti accumulati, ma anche veder sfumare parte del proprio bottino.  È un design volutamente retrò e punitivo, certo, ma è esattamente il tipo di rigore che restituisce peso a ogni singola manovra della nostra astronave. Il vero fiore all’occhiello di ZPF risiede infatti nella spietata ma lucida gestione del ritmo. 

L’azione è incessante, eppure l’impianto ludico non scade mai nella classica confusione illeggibile da bullethell: ogni sequenza è calibrata per mantenere alta la tensione, lasciando sempre al giocatore la lucidità necessaria per elaborare la minaccia, e quindi reagire. 

Il level design si muove con rigore geometrico, introducendo varianti continue per scongiurare la ripetitività e culminando in boss fight che fungono da veri e propri “esami” di fine capitolo. In ZPF non si imbroglia e non ci sono scappatoie. L’unico modo per avanzare è interiorizzare i pattern nemici e affinare il proprio tempismo, trasformando ogni game over in una lezione necessaria. 

È proprio in questo bilanciamento millimetrico, tra ostilità ambientale e precisione dei controlli, che il titolo brilla: superare un ostacolo non regala la gioia effimera della casualità, ma la gratificazione profonda di chi sa di essere diventato un giocatore più forte, più attento e più vicino al videogioco in sé.

Visivamente, il titolo sfoggia la tavolozza cromatica del 16-bit al limite, regalandoci sfondi ricchi di dettagli e colori acidi, perfetti per l’ambientazione che il gioco vuole suggerire. Vorrei spendere due parole anche rispetto al sonoro: ZPF propone un gran sound design, ritmato e perfettamente coerente con i più classici shoot’em up da cabinato, che si sposa benissimo con lo stile bio-meccanico (e a tratti fantasy) del titolo. Anche qui, il lavoro del team è stato eccellente.

L’assenza di una modalità per due giocatori lascia però l’amaro in bocca: perché rispetto a tutta questa operazione filologica è stato tralasciato uno degli elementi più importanti degli shoot ‘em up arcade? È vero che i segreti nascosti dietro la distruzione di specifici elementi (che rilasciano chiavi per aree segrete) e la presenza di finali multipli legati alle vostre performance garantiscono un’ottima rigiocabilità, ma sarebbe stato bello poter giocare ZPF anche insieme a un amico.

ZPF è un ottimo sparatutto a scorrimento orizzontale, che diverte per ritmo e fluidità e che ci riporta ai tempi del Mega Drive con i suoi colori brillanti, la musica incalzante e la struttura di un classico arcade da sala giochi anni ’90. Può farsi addirittura perfetto punto d’ingresso per chi vuole sperimentare i classici del genere, grazie ad una difficoltà sì elevata, ma più contemporanea dei veri giochi dell’epoca. Peccato per l’assenza della co-op locale, che – come si dice in questi casi – “sarebbe stata la morte sua”.

Insomma un perfetto esempio di come un design asciutto e focalizzato non invecchi mai. Non è il capolavoro definitivo che riscrive la storia del Mega Drive, ma è una discreta lezione di stile, adatta sia per gli appassionati storici, che per i nuovi giocatori.

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