“Oh, una di quelle belle avventure punta e clicca di una volta!”. Ho esclamato, non appena avviato Cult Vacui. Non ne sapevo niente, se non qualcosa dall’ultimo episodio di Indiegestione (che trovate qui in basso), ma non mi ci ero soffermato, perché credevo non fosse un gioco per me.
Sarà pure un’avventura punta e clicca come quelle di una volta, ma c’è qualcosa, in Cult Vacui, che non avevo considerato: l’orologio. Il gameplay si basa su un timer spietatissimo nell’angolo in alto a destra dello schermo, che scorre senza aspettarti mentre ti sposti tra gli svariati scenari della mappa, cercando di capire come proseguire. Puoi concederti il lusso di guardarti attorno e perdere un po’ di tempo, certo, ma servirà soprattutto per la run successiva, perché Cult Vacui ti spinge a fare le scelte giuste, ma soltanto dopo aver capito come funziona.
In questo piccolo gesto di design si presenta già l’intera idea del titolo realizzato da LBRTY Games. Cult Vacui è uscito lo scorso 9 aprile su PC (Steam, GOG, Epic, itch.io) pubblicato da Dionous, con una demo gratuita per chi vuole misurarsi con l’esperienza prima dell’acquisto.
Dietro all’opera c’è Alessandro Bassetto: sviluppatore indipendente italiano fondatore di LBRTY Games, specializzato in avventure punta e clicca. “Cult Vacui prende forte ispirazione dalla serie di escape room al contrario Don’t Escape di Scriptwelder”, dice lo sviluppatore in occasione del lancio del gioco. “Il mio obiettivo è tenere i giocatori coinvolti non solo attraverso l’atmosfera e la narrativa, ma anche con meccaniche che richiedono buon senso e più tentativi per arrivare al finale perfetto”.

Cult Vacui è ambientato nel tardo Ottocento. Henry Gladstone, scappato da una famiglia disfunzionale e dannata nell’Essex, porta con sé un fardello oscuro: dentro di lui c’è un demone, eredità di un rituale familiare andato storto. Per cacciarlo per sempre ha bisogno di organizzare un nuovo rituale e ha solo una finestra di 25 minuti prima di perdere il controllo totale. In questo lasso di tempo bisogna trovare degli oggetti e parlare con chi abita la locanda scalcinata alla periferia di Londra.
Il secondo stage porta però un cambiamento deciso, ma con l’orologio sempre al polso. Hai 400 minuti in-game per immergerti nella storia ambientata un anno dopo, sull’Isola di Barra, in Scozia, dove un culto ha sterminato quasi tutta la popolazione locale durante un rituale di sangue rimasto incompiuto. Devi prepararti, salvare chi puoi, sopravvivere e organizzarti prima del ritorno dei cultisti. Ed è qui che il gioco mostra le unghie. Ogni azione ha un costo in minuti, e quei minuti non si possono riguadagnare in alcun modo. Imparare a muoversi bene significa risolvere i puzzle nell’ordine giusto, senza sprechi di tempo.

L’elemento dove Cult Vacui brilla è nel suo puzzle solving. Ogni catena di oggetti e interazioni richiede una sequenza precisa, una pianificazione che nasce dall’osservazione. Le persone che incontri potrebbero essere disposte ad aiutarti, quasi mai senza nulla in cambio. È una struttura a cascata che costringe a tenere tutto in testa, a costruire una mappa mentale dell’ambiente mentre il timer scorre.
Il gioco offre diversi slot di salvataggio manuale, tanto che – anche sbagliando – non si è costretti ricominciare il gioco dall’inizio a ogni piccolo errore. Puoi tornare indietro di un segmento, rianalizzare cosa non ha funzionato, ritentare attraverso un piano diverso. Cult Vacui usa il fallimento per farti capire cosa non funziona. E, di conseguenza, non ti punisce per aver sbagliato.
La colonna sonora originale, realizzata da Ascari, accompagna il giocatore in questo viaggio: atmosfere cupe, toni gravi, silenzi alternati. Cerca, in tutti i modi, di farti sentire l’urgenza e l’angoscia di quello che stai vivendo.

Fare un punta e clicca nel 2026 ha senso? Direi proprio di sì, se si hanno idee per rinfrescare le formule di un genere che ha una storia lunga e accidentata. Dopo il picco di LucasArts negli anni ’90, sono arrivati anni di marginalità, seguiti da un ritorno recente con titoli come Return to Monkey Island e Pentiment, accolti da una community che non si accontenta della sola nostalgia. Cult Vacui si inserisce in questo filone con una scelta precisa: vuole usare il linguaggio del genere per dire qualcosa di specifico sull’angoscia, sul tempo, sulla necessità di decidere bene sotto pressione. Ed è per questo che è – paradossalmente – un videogioco estremamente contemporaneo.
La pixel art è curata e funzionale all’esperienza. Ogni schermata comunica le informazioni che ti servono senza sovraccaricarla. L’interfaccia è dichiaratamente artigianale e imperfetta, ma non compromette affatto l’esperienza. In una fase di gioco il primo “oggetto” dell’inventario sei tu stesso: a quella icona puoi dare delle cose che hai con te, una scelta davvero da UI 1.0.
Cult Vacui fa una cosa sola e la fa bene. Niente jumpscares, niente mostri: l’horror è tutto nella pressione, nella storia maledetta e nel sapere che stai perdendo tempo mentre fai qualcosa. Si impiegano dalle due alle tre ore per portarlo a termine attraverso tutti i suoi finali, e soprattutto ha la grande capacità di restare in testa anche dopo averlo concluso. A poco più di sette euro, chiunque ami i videogiochi non ha scuse.



