Dynasty Warriors 3: Complete Edition Remastered

Ogni giocatore ha le sue battaglie, e una delle mie è difendere il musou. Dynasty Warriors 3 è il capitolo che le regole di quel genere le ha fissate, e che torna in una veste parzialmente nuova con una remastered che assomiglia più all’operazione di Dead Rising Deluxe Remaster e Metal Gear Delta, che a quella un po’ pigra dei vari Bioshock, Turok e – se vogliamo – Horizon.

Per chi non fosse pratico del genere, l’idea è semplicissima: dentro ad arene di dimensioni più o meno estese e nei panni di un forte guerriero, dovremo distruggere centinaia e migliaia di soldati avversari per far strada al nostro esercito, fino a sconfiggere il capitano della fazione opposta. Vedetelo come una sorta di MOBA meno strategico e parzialmente basato sul button mashing, che si può giocare sia in single-player che in multigiocatore cooperativo, sia in locale che – nei capitoli più recenti – anche online.

Dynasty Warriors 3, come anticipavo, è stato il primo capitolo della saga a impostare le regole di una formula che – dal 2001, sulla seconda PlayStation – non si è evoluta poi così tanto. Il game loop di un musou è sempre quello: si sceglie uno dei tanti comandanti a disposizione, si affronta uno stage in cui portare a termine una manciata di obiettivi, si recupera sul campo qualche item, si potenzia il personaggio e si continua così fino ai titoli di coda, mentre seguiamo una storia che – il più delle volte – ricalca quella del Romanzo dei Tre Regni.

Dynasty Warriors: Origins, uscito l’anno scorso, andava a reinventare un po’ il genere, modernizzandolo con parry, mosse più spettacolari e meno meccaniche, una progressione incentrata su un singolo personaggio e una storia più lunga. Dynasty Warriors 3 Remastered invece torna alle origini, riproponendo quasi uno a uno un videogioco che oggi, se non si è fan del genere, potrebbe risultare un po’ indigesto. E non perché, di per sé, non sia divertente, ma perché, strutturalmente, è molto diverso da ciò a cui siamo abituati a giocare.

L’ultima (e prima) remastered della saga è infatti strutturata attorno a una quarantina di personaggi giocabili, ciascuno con la propria campagna e fazione. I personaggi della stessa fazione affrontano più o meno la stessa storia, magari con obiettivi diversi, mentre quelli delle fazioni opposte svelano un altro lato della storia. Anche qui, come anticipato, il racconto è quello dei Tre Regni: il romanzo cinese del XIV secolo che racconta la caduta della dinastia Han e la lotta tra tre regni per riunificare la Cina, fatto di battaglie infinite, tanti personaggi e poteri soprannaturali. La storia di Dynasty Warriors 3 era pacchiana e un po’ ridicola allora come lo è oggi, ma a comandare, qui, è il gameplay sul campo di battaglia.

Alla guida del nostro alter ego, il nostro occhio sarà costantemente posizionato sulla mappa in alto a destra. È infatti lì che ci viene indicato cosa sta succedendo sul campo, dove andare ad aiutare i compagni, quali generali sconfiggere e su che fronte è meglio posizionarsi per non far avanzare l’armata avversaria. È un gameplay molto più strategico di quanto si pensi, nonostante ciò che faremo, una volta arrivati nel punto indicato, non sia altro che premere all’impazzata un paio di tasti, schivando i colpi nemici e facendo caricare la barra musou.

Quest’ultima ci permette di lanciare una potente ultimate che andrà a distruggere gran parte dei nemici che abbiamo intorno, oltre ad abbassare vertiginosamente la barra della vita del generale contro cui stiamo combattendo.

Vien da sé che, se non si ama particolarmente il musou, la formula di Dynasty Warriors 3 può venire a noia in una manciata di ore. Fortuna vuole che, se si vogliono soltanto chiudere tre campagne, che sono poi quelle legate alle singole fazioni, in otto ore circa si arriva ai rispettivi titoli di coda, senza che la ripetitività abbia bussato alla porta troppo forte.

Ma Dynasty Warriors non è soltanto questo: è finire tutte le campagne disponibili, potenziare il proprio personaggio, affrontare challenge che sbloccano contenuti e così via, e per platinare un gioco come questo la longevità schizza magicamente a cento, duecento, anche trecento ore. Numeri sinceramente ingiustificati, se non si è particolarmente allineati con le intenzioni dei musou, ma questa doppia faccia, quella che si sposa con un tipo di fruizione più casual e quella che va a incrociare i gusti degli hardcore gamer, restituisce ancora a Dynasty Warriors 3 un’identità tutta sua.

Identità che viene accentuata dal restyling grafico totale. Mosso dall’ormai instancabile Unreal Engine 5, Dynasty Warriors 3 Remastered, sul piano visivo, è eccellente. Certo, le animazioni sono ancora quelle un po’ meccaniche del gioco originale, ma l’ultima release di Koei Tecmo è tra i migliori rifacimenti visivi che ho visto recentemente, oltre a essere tra quelli meglio ottimizzati. Nonostante la mole importantissima di roba a schermo, infatti, questa remastered gira in modo eccellente sia sul mio PC di fascia alta che su Steam Machine e addirittura su Steam Deck, bloccato a trenta fotogrammi al secondo, ma stabile e pulito.

Per quanto riguarda le aggiunte, oltre alla grafica, Dynasty Warriors 3 Remastered offre in un unico pacchetto sia il gioco base che Xtreme Legends, un paio di elementi di quality of life ripescati da Origins, la weapon fusion, alcuni scenari inediti, un personaggio nuovo e la co-op online, che verrà però aggiunta in un secondo momento tramite un aggiornamento gratuito. Per i puristi, poi, c’è la possibilità di disattivare quasi tutte le novità di gameplay tramite le impostazioni classiche, per giocarlo più o meno com’era nel 2001. Quello che rimane è la co-op locale a schermo condiviso: un must have dei musou che torna qui con gloria, dopo che tanti titoli recenti che affondano le radici nel passato hanno deciso di escluderla.

Il gioco in sé, comunque, quello era nel 2001 e quello è oggi. Personalmente mi ci sono divertito, giocandolo per lo più a cervello spento tra una pausa e l’altra da lavoro, ma è comprensibile che questo ritorno, al contrario dell’ottimo Origins, possa fare più fatica a ingaggiare un tipo di giocatore che non è mai venuto a contatto con il genere. I fan, invece, ritroveranno qui più o meno lo stesso gioco con delle aggiunte succose e moderne, a partire da una grafica eccezionale, per passare poi a qualche meccanica inedita che svecchia venticinque anni di musou. Ma se è vero che il genere è rimasto sempre più o meno quello, allora, forse va bene così.

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