Clive Barker’s Hellraiser: Revival

Nella storia dell’arte – cinematografica, videoludica, musicale o letteraria che sia – non è raro imbattersi in singoli elementi di un’opera che ci colpiscono al cento per cento. È invece molto più raro incrociare quel film, quel videogioco, quella serie TV o quel romanzo che assembla e definisce tutte le caratteristiche che, in qualche modo, ci rappresentano. Parlando nello specifico di videogiochi, è difficilissimo trovarne uno che proponga il tipo di gameplay che prediligiamo e, al contempo, l’estetica che ci stimola, una storia capace di toccare le nostre corde emotive e un game loop che sembra studiato apposta sui nostri gusti, così come la sua messa in scena, il suo spirito e, in qualche modo, il suo estro.

Per me Clive Barker’s Hellraiser: Revival è stato esattamente quel gioco: un’avventura in prima persona a metà tra uno sparatutto, un survival horror e un puzzle game dal taglio cinematografico. Non un adattamento, ma una storia inedita ambientata nello stesso universo di Hellraiser, vent’anni dopo il primo film, che attinge all’immaginario dei primi due 

capitoli della saga. Ed è un ritorno curioso, se ci pensate: escluso il primo e il secondo capitolo, la lunga saga di Hellraiser ha collezionato una serie di fiaschi di critica e di pubblico dopo l’altra, tanto da non esser riuscita a rilanciarsi nemmeno con il reboot di qualche anno fa. Eppure Revival riparte proprio da lì, con Clive Barker a supervisionare la storia e Doug Bradley, il Pinhead originale, tornato a dargli voce.

Non mi vergogno di dire che Hellraiser: Revival non è, di per sé, un capolavoro. È un videogioco che replica tante cose viste negli ultimi vent’anni di gaming; a volte grezzo, a volte un po’ meccanico, che talvolta non riesce nemmeno a realizzare fino in fondo le sue belle idee di gameplay. Eppure è anche esattamente il videogioco che cercavo. Ragion per cui parlarvene sotto una lente critica potrebbe risultare per me, e soprattutto per voi, un po’ fuorviante. Ma, d’altronde, vi ho avvisato.

La storia si apre nei panni di Aidan, impegnato in un amplesso con la compagna Sunny. Il ragazzo, per rendere le cose più piccanti, tira fuori la scatola simbolo di Hellraiser, usata per amplificare le sensazioni che i due stanno provando. Come ci insegnano sia il film che il racconto di Barker, la scatola apre però un portale ai Cenobiti: creature mostruose votate all’edonismo più oscuro, che torturano e rapiscono Sunny. Comincia così il viaggio di Aidan alla ricerca della sua amata, diviso tra un mondo terreno, in cui si nasconde il culto dei Cenobiti – fanatici travestiti da slave e mistress brutali, alla costante ricerca dell’estasi della violenza – e il mondo ultraterreno, dominato dall’iconico Labirinto in cui si celano le quattro mitologiche creature.

Ed è proprio la storia ad avermi colpito più del previsto. Non tanto per i suoi colpi di scena, a volte anche un po’ telefonati, quanto perché affronta temi e universi tutt’altro che scontati, specialmente in un videogioco. Il rapporto tra Aidan e Sunny ha elementi in cui è facile riconoscersi: dinamiche di coppia, anche tossiche, che un po’ tutti abbiamo vissuto a un certo punto della nostra vita, qui portate all’estremo dall’immaginario di Barker. Per quanto mi riguarda, è la storia più riuscita che l’universo di Hellraiser abbia raccontato fin dai tempi del primo film. Non che se la giocasse con pesi massimi della scrittura, ma è già qualcosa.

Viene da sé che il gameplay segue la stessa doppia anima. Da una parte l’esplorazione di dungeon, club e strade popolate da questo gruppo di fanatici, che cercheranno di ostacolarci e contro cui dovremo combattere. Dall’altra, fasi interamente votate al puzzle solving, in cui si cerca di fuggire dal Labirinto, o si affrontano sequenze dal taglio cinematografico che diventano irresistibili set piece orrorifici da gustare tutto d’un fiato. Al centro di tutto c’è la scatola: con lei si spostano gli oggetti, li si attira e li si scaglia via come con la gravity gun di Half-Life, e in alcuni momenti si risolvono veri e propri puzzle in cui quest’ultima si apre e bisogna ricomporne le forme.

Di per sé il gameplay non è così diverso da quello di un Resident Evil recente: si esplora, si combatte, si risolvono enigmi e si potenzia il proprio arsenale, mentre si svela via via il destino del protagonista. La grossa differenza, rispetto a un Village o a un Requiem, sta però sia nel tono, sia nella volontà di uscire dagli schemi, restituendo una varietà quasi inedita a quel tipo di avventura che un paio di generazioni fa prosperava sulle nostre console. Un po’ come BioShock, Revival è estremamente efficace nel farci passare da una sezione di gameplay all’altra e, soprattutto, da un’ambientazione all’altra: club sotterranei, strade devastate, fogne, uffici, case di lusso e, ovviamente, il Labirinto.

Tutto ciò che vi ho anticipato, pad alla mano, risulta però un po’ meccanico. Fin qui nulla di male: anche gli ultimi Resident Evil – anzi, tutti i Resident Evil – hanno sempre avuto un non so che di rigido e cadenzato. La differenza è che Hellraiser: Revival non è stato sviluppato né con i milioni di Capcom, né con le ambizioni di vendita di un tripla A, ma con le risorse di Saber Interactive Serbia. Ne consegue un’esperienza un po’ vecchiotta e un po’ legnosa: sempre stimolante, ma mai fluida come quella dei videogiochi ultra-contemporanei a cui in parte si ispira.

Per me non è affatto un male, anzi: il feeling da videogioco Xbox 360 continua a stuzzicarmi, forse perché ci sono cresciuto, o forse perché, per ragioni anagrafiche, riesco banalmente a leggerlo meglio. Ma ci tengo a specificare che un utente abituato ai movimenti fluidi e appaganti dei prestige game PlayStation probabilmente qui non ci si ritroverà. Se invece dovesse ritrovarcisi, scoprirà un videogioco capace di tenere il ritmo come pochi horror moderni, con beat brevi ma intensi – a volte, oggettivamente, un po’ ripetitivi – ma in grado di catturare costantemente l’attenzione di chi gioca. Lo anticipavo, il loop è quello che ogni amante del survival horror conosce: combatti, trova l’ostacolo, cerca la chiave, torna da dove sei partito, risolvi un enigma, affronta un altro scontro, potenziati, e così via. Ma la gestione delle singole scene è talmente millimetrica che annoiarsi con Hellraiser: Revival è davvero difficile.

L’altra grande differenza sta invece nel tono e nell’estetica. Stilisticamente, Hellraiser: Revival è forse la cosa più bella che abbia giocato negli ultimi anni, almeno per il mio gusto personale e specialmente nell’ambito dell’horror. Il mood ripesca a piene mani dai due compianti Condemned, figli proprio dell’epoca Xbox 360: videogiochi ruvidi, grezzi, volutamente sporchi e sgradevoli, capaci però di agganciare chi cerca nell’horror qualcosa di più crudo del solito gioco per tutti.

Hellraiser: Revival è violento, esplicito e soprattutto coraggioso nel mostrare droga, sesso e violenza come raramente ho visto fare in un videogioco, specialmente contemporaneo. Fa un po’ specie leggere un recente comunicato di Saber in cui si dichiara che nel gioco non esiste una modalità streaming e che chi porterà Hellraiser: Revival su Twitch potrebbe rischiare facilmente il ban. Dovrebbe essere la prassi: la libertà di esprimersi a prescindere dalle piattaforme e dalle abitudini di chi oggi, del videogioco, ne fruisce. E invece è un unicum. Un unicum straordinario, se vogliamo, perché spinge davvero sull’acceleratore, puntando su elementi più unici che rari.

Non sarò qui a spoilerarvi i momenti più truculenti e disgustosi, ma vi anticipo che il gioco non si risparmia quasi su nulla. Non parliamo però di violenza gratuita, anzi: quella di Hellraiser è una violenza quasi ricercata, vagamente sensuale, esattamente come nel romanzo di Barker. Una violenza che abbraccia la psicologia dei protagonisti e quel mondo BDSM estremizzato che racconta, sì, stilizzandolo, ma mai sbeffeggiandolo.

La cosa straordinaria è che anche la tecnica, in sé, è qualcosa che raramente ho visto nel contesto della doppia A. Al di là del tono, del gusto e degli elementi che toccano le mie corde personali, la messa in scena di Revival andrebbe studiata in quegli studi tripla A che puntano al cinema e, nella migliore delle ipotesi, finiscono nella telenovela. E non parlo solo del level design o dei momenti scriptati durante le fasi di gameplay, ma soprattutto delle sequenze cinematografiche, giocate e non, che conoscono perfettamente le regole del blocking, dei movimenti di macchina, delle inquadrature e della luce. Raramente sono rimasto così estasiato dalla tecnica visiva e dalla mise en scène di un horror videoludico, ma a trentaquattro anni, evidentemente, doveva succedere.

Una messa in scena che trae enorme vantaggio proprio dalla prima persona: la scelta che rende Revival ancora più cinematografico, tagliente e immersivo. Al punto che viene da chiedersi come sarebbe stato giocarlo in VR. Se solo non fosse per un cambio di linguaggio incomprensibile per cui, a un certo punto, quella camera che è sempre rimasta ancorata al punto di vista del protagonista (anche qui ricordando molto da vicino le intenzioni di Half-Life) si sgancia, cambiando improvvisamente angolazioni. Ecco, se devo riconoscere una nota stonata in tutto il pacchetto che prescinde dal gameplay, quella manciata di inquadrature che spezzano l’immersione mica le ho capite.

Sul piano tecnico, invece, mi aspettavo decisamente peggio. L’ho giocato su PC, con una RTX 4090, un i9 di ultima generazione e 64 GB di RAM, in 4K e con tutto al massimo, senza alcun problema. Per fare un paragone, sulla stessa configurazione Control Resonant – che pure è un open world, ma a mio avviso tecnicamente meno strabiliante – non teneva nemmeno i 40 fps con il DLSS su Bilanciato. Non l’ho ancora provato su Steam Deck né su Steam Machine, ma a quanto pare dovrebbe girare serenamente anche lì.

Due parole anche sulla componente sonora. Hellraiser: Revival ripropone le musiche dei film, riarrangiate e risuonate, ma non si ferma qui: il doppiaggio inglese è convincente nelle interpretazioni di tutti i comprimari, e il sound design è realmente in grado di suggerire tutto ciò che accade intorno a noi. Non che il gioco faccia paura, sia chiaro; non faceva paura nemmeno il film, e se vogliamo nemmeno il romanzo. Ma quello che cerca Hellraiser, quello che ha sempre cercato, è un’altra cosa: l’orrore meno scontato, quello che stuzzica insieme le corde del desiderio e quelle del disgusto. Esattamente come il bondage, che unisce piacere e dolore.

C’è però anche qualcosa che, pur avendolo amato, non mi ha convinto. Vi anticipavo di un gameplay un po’ meccanico, ma – ahimè – non è l’unico problema. Pesa anche un riciclo piuttosto evidente dei mini boss, e – per restare in tema – delle boss fight che a volte funzionano molto bene e altre si scontrano con una realizzazione sinceramente un po’ approssimativa. E soprattutto un protagonista un po’ piatto: caratterizzato in modo dignitoso, con una backstory che si svela man mano, ma pensato più come avatar del giocatore che come grande protagonista del racconto, a volte insipido nelle reazioni e di certo non indimenticabile, a partire dal suo design un po’ generico.

La durata, invece, è perfetta: dieci, undici ore per arrivare ai titoli di coda, prima dei quali ci si ritrova davanti a un bivio che conclude la storia in due modi diversi. Per fortuna è possibile ricaricare subito il salvataggio per vedere anche l’altro finale; e in questo caso, il “bad ending” è sicuramente quello più gustoso.

Sorprende, invece, la presenza della traduzione italiana in un videogioco che di certo non punta ai numeri di un Wolverine o di un Gears of War: E-Day, ma che, a questo punto, non lascia più scuse a chi è potenzialmente affascinato da un titolo come questo, venduto oltretutto a un prezzo ridotto.

Hellraiser: Revival, l’avrete capito, mi ha completamente stregato. Ne riconosco i limiti, ma sarebbe miope non riconoscerne anche gli enormi pregi, paradossalmente unici nel panorama del gaming contemporaneo. Se state cercando un survival horror o un’avventura macabra dal gameplay di una volta, è impossibile che un titolo come questo non vi colpisca dritto al cuore, facendovi innamorare perdutamente del suo racconto, della sua estetica e del suo gameplay. Se invece dal videogioco cercate un passatempo disimpegnato, magari ultra-contemporaneo, che non vada in alcun modo a sfidare il vostro gusto, la vostra etica e la vostra concezione di videogioco, statene assolutamente alla larga.

Io, lo ammetto, faccio parte della prima categoria. E pur sapendo che Hellraiser: Revival non è e non può essere il videogioco dell’anno, per me, probabilmente, lo è comunque.

4.5