Gears of War: E-Day recensione GameCvlt
Gears of War: E-Day recensione GameCvlt

Gears of War: E-Day

Marvel’s Wolverine e Gears of War: E-Day rappresentano, grossomodo, la stessa operazione: realizzare un grande blockbuster che suggerisca ai giocatori l’intera identità del marchio, PlayStation nel primo caso, Xbox nel secondo. C’è però una differenza fondamentale nel risultato, perché la rispettiva lettura del proprio DNA è diversa. Nel caso di Wolverine, PlayStation fa un po’ la summa dell’ultimo decennio del brand: mette dentro un po’ di The Last of Us, un po’ di Spider-Man e un po’ di God of War, appiccicando a un action game elementi estranei a quanto ci si aspetta dal genere. Gears of War: E-Day, invece, pesca dalla generazione che più di tutte ha definito Xbox: quella 360, e di conseguenza torna alle radici di un capolavoro che ha inventato un genere.

Non mi stancherò mai di dirlo: il primo Gears of War è un videogioco tutt’oggi straordinario. Non solo perché è lo shooter a coperture che ha inventato il suo filone, ma perché vive di un immaginario unico, è sempre efficiente, ha un ritmo clamoroso ed è divertentissimo nei suoi pochi, ma riuscitissimi, elementi di gameplay. Per me, infatti, neanche gli ottimi secondo e terzo capitolo sono riusciti a superarlo: il primo Gears è sostanzialmente un videogioco perfetto.

Gears of War: E-Day abbandona quindi le velleità più ampie di Gears 5, o la trama più defilata del 4, per tornare esattamente da dove era partita la trilogia originale: un racconto muscolare, ma anche intimo ed emozionante, e la rappresentazione totale del caos, della battaglia continua e infinita degli uomini contro le Locuste. Per chi non conoscesse la saga, comunque, va benissimo partire da qui.

Gli avvenimenti di E-Day si svolgono quattordici anni prima di quelli del primo Gears. Marcus e Dominic sono due veterani appena usciti dalle Guerre del Pendolo; Marcus non si è ancora ripreso dalla morte del fratello di Dom, e quest’ultimo ha deciso di mollare tutto per dedicarsi alla famiglia. Il destino, però, ha tutt’altro futuro in serbo per loro. Mentre si bevono una birra insieme e si aprono su ciò che vogliono ora dalla vita, la città in cui vivono viene attaccata da una forza misteriosa: centinaia e migliaia di creature emerse dal sottosuolo invadono le strade, mettendo a soqquadro prima il quartiere, poi, molto velocemente, il mondo intero. A Marcus, Dom e ai due inediti comprimari del racconto, Mags Carter, ex Gear ora impiegata in una raffineria di Imulsion, e Lucas Reyes, giovane cadetto addetto alle comunicazioni, non rimane che fare una cosa: difendere i civili, mentre il mondo gli sta crollando addosso.

È una bella storia, quella di E-Day, sia che si sappia già dove andrà a parare il racconto nei capitoli successivi, sia che non si siano mai giocate le gesta di Marcus e compagni. Non che lo script sembri uscito dalla penna di Aaron Sorkin, sia chiaro, ma quel tono così macho e muscolare, unito a momenti drammatici e toccanti, mi ha coinvolto come raramente mi è capitato con uno sparatutto. La direzione dei personaggi è molto chiara, a tratti un po’ macchiettistica, ma il ritmo del racconto è sempre incalzante e intelligente, e la messa in scena spinge sull’acceleratore dell’intensità in ogni singolo beat narrativo.

Eppure Gears è sempre stato soprattutto il suo gameplay, che qui torna in una forma ancora più smagliante. Formalmente è ancora la stessa cosa: uno shooter a coperture pesante e un po’ meccanico, in cui ci si sposta da uno scontro all’altro finché non si è ucciso ogni nemico sullo schermo. E-Day, però, non si limita a riproporre il gameplay originale limando qua e là gli angoli più ruvidi: lo arricchisce di due elementi fondamentali, che reinventano, in parte, il modo in cui si gioca a Gears of War.

Il primo è la mobilità. In E-Day Marcus è, forse anche grazie alla giovane età, più agile. Può correre senza soluzione di continuità da una direzione all’altra, salire sulle coperture e addirittura saltare. La sensazione è ancora quella di guidare un carro armato, com’era nella trilogia originale, ma più reattivo e veloce, capace di adattarsi in un istante da una situazione all’altra. Aiuta, in questo senso, un level design che si sviluppa spesso anche in verticale, sfruttando dei rampini posizionati all’interno delle strutture che andremo a esplorare.

Il motivo di queste scelte è legato alla seconda grande novità di Gears of War: E-Day, la open map. Ci avevano già provato con Gears 5, ma in quel caso il risultato era stato più forzato e l’esperienza meno organica del previsto. Qui, invece, è tutto giustificato. I protagonisti sono in balia degli eventi, e il loro obiettivo primario è aiutare ogni civile rimasto ferito o intrappolato in città, per poi estrarlo e portarlo al sicuro. L’impostazione open map di alcuni atti interi è quindi perfettamente funzionale alla narrazione: Marcus e Dom hanno degli obiettivi principali, come trovare rifornimenti o attivare un canale di comunicazione a lungo raggio, ma nelle strade di una città sull’orlo del collasso troveranno anche una manciata di missioni secondarie, in cui aiutare un piccolo plotone a liberarsi da un gruppo di Locuste, o sgomberare un accampamento per far uscire le persone barricate dietro una porta.

L’idea funziona: rende più moderno quello che è sempre stato un lungo corridoio senza sosta, ma tende anche, su circa quindici ore di longevità, ad annacquare un filo un ritmo altrimenti immacolato. D’altronde, il primo Gears durava quasi la metà e non c’era il tempo materiale per perdersi tra le strade a caccia di collezionabili o di ogni side quest presente nell’area. Ne consegue che, se da una parte quest’impostazione più contemporanea permette ai giocatori di passare più tempo con Gears, dall’altra rende un po’ meno a fuoco l’esperienza nel suo complesso, che non vive mai di alti e bassi, ma piuttosto di alti e medi.

E gli alti, E-Day, li mostra proprio nei lunghi atti a corridoio, fatti di scontri su scontri, un filo di esplorazione, qualche cutscene breve ma intensa e una manciata di boss fight memorabili, anche quando, nell’ultimo atto, tendono a ripetersi un po’. È invece strana la necessità del gioco di farci tornare più volte negli stessi scenari, modificati dall’avanzare della guerra o dalle condizioni atmosferiche, ma identici nel level design.

Il perché, in realtà, è scontato: asset così dettagliati costano, e riciclarli è il compromesso. Un prezzo che, per me, vale serenamente lo scambio, perché Gears of War: E-Day è uno dei videogiochi più belli che abbia mai visto. Non è un’iperbole: l’ultima fatica di The Coalition, sviluppata insieme ai polacchi di People Can Fly, è tecnicamente mostruosa in ogni suo elemento, dalla quantità di cose a schermo alle superfici, dai dettagli alle luci, fino ai volti. Ho giocato l’intera campagna su PC, con una RTX 4090, tutto a ultra e in 4K, ma il gioco regge con dignità anche su Steam Machine e Steam Deck, con qualche compromesso ma con (quasi) lo stesso impatto. È impressionante quanto abbiano fatto bene i calcoli in casa Microsoft: tutto è ultradettagliato, vivido e in movimento, eppure non c’è mai quel realismo poco identitario di tante produzioni recenti in Unreal Engine 5, lo stesso motore su cui gira E-Day. A vent’anni di distanza, E-Day riesce a fare lo stesso effetto del primo Gears su Xbox 360: risultare sbalorditivo sul piano tecnico, mantenendo quel tono un po’ fumettoso ed esagerato che ha sempre contraddistinto la saga.

C’è anche qualcosa che non funziona fino in fondo. La ricerca delle mod per le armi a volte spezza il flow degli scontri, e le modifiche stesse sono un’aggiunta un po’ superflua. Il doppiaggio italiano (dal menù non è possibile tornare alla lingua originale) è buono sui protagonisti ma inascoltabile su tutti gli altri, oltre che pessimo nel lip sync. Su PC, poi, il gioco non dialoga bene con lo Steam Controller, che si ostina a mostrare i comandi di mouse e tastiera: ho risolto collegando un pad Xbox, ma è una svista che su una piattaforma come Steam non dovrebbe esserci. La campagna si può giocare interamente in co-op online fino a quattro giocatori, scegliendo fin da subito uno qualsiasi dei membri della Bravo Squad. Lo split screen in locale, invece, è riservato alle console: su PC manca, e per me è una mancanza gravissima e ingiustificabile.

Ma Gears of War, oltre alla campagna, è sempre stato anche altre due cose: il multiplayer competitivo e la modalità Orda, che qui si evolve in Horde Siege, una variante cooperativa fino a dodici giocatori. Purtroppo la build in nostro possesso per la review non comprendeva né l’uno né l’altra, ragion per cui mi ci butterò da oggi, insieme a voi, con l’accesso anticipato riservato a chi ha acquistato la Premium Edition. La campagna, però, vale già da sola il prezzo del biglietto, o dell’abbonamento: E-Day esce il 6 ottobre su Xbox Series X|S e PC, ed è disponibile fin dal day one su Game Pass. 

Chiaramente, nonostante le novità nella struttura e nella mobilità, il gioco rimane lo stesso: non aspettatevi un titolo che reinventa la ruota o che vi stupisce con soluzioni di gameplay inedite. Come vi anticipavo in apertura, Gears of War: E-Day fa la stessa operazione di Marvel’s Wolverine, semplicemente con un risultato differente. Se siete cresciuti con la saga, troverete qui il miglior capitolo dalla trilogia originale a oggi, capace di restituirvi le stesse identiche sensazioni con una dovuta mano di vernice sopra. Se invece con Gears non siete cresciuti, magari perché non avete l’età anagrafica per averlo vissuto in prima persona, potreste innamorarvi di un tono e di un modo di fare videogiochi d’altri tempi, oppure annoiarvi nel giro di un paio d’ore, scontrandovi con un design che va dritto per la sua strada senza grosse deviazioni.

Io, che ricordo ancora bene la prima volta che avviai Gears of War sulla mia Xbox 360, non ho dubbi: E-Day è un videogioco eccezionale: l’esempio perfetto di come bisognerebbe lavorare sulle proprie IP e sulla propria storia, cercando di venire incontro, per quanto possibile, anche a un pubblico che nel 2006 non c’era.

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