Halo: Campaign Evolved

Halo: Campaign Evolved non è solo la miglior versione di un grande capolavoro della storia del gaming, ma soprattutto l’ennesima riconferma di quanto i videogiochi – fino a qualche anno fa – erano semplicemente più belli. E non tanto perché erano in grado di innovare, nonostante – di fatto – lo fossero, quanto perché erano capaci di concentrarsi così bene su un singolo elemento da renderlo pressoché perfetto in ogni sua sfumatura. Ma la vera domanda è: c’è ancora spazio per Halo, oggi?

Devo ammettere che non sono mai stato un grande fan di Halo. Vuoi perché il mio viaggio con Xbox è iniziato con la 360; vuoi perché i miei riferimenti nel contesto degli FPS erano Half-Life su PC e TimeSplitters su console; vuoi perché quell’immaginario un po’ macho non è mai riuscito a catturarmi. Eppure c’è un mio caro amico, Simone, che da quando abbiamo fatto insieme le scuole superiori mi giura che Halo sia il miglior FPS di sempre. Non gli ho mai creduto, un po’ per spocchia personale, un po’ perché Halo, di fatto, l’avevo anche provato, e non ne avevo mai capito l’appeal. Oggi, dopo aver finito Campaign Evolved, devo fare un grosso mea culpa: Halo è un capolavoro, e se non lo è oggi lo è stato di certo nel 2001, quando propose per la prima volta sul mercato un videogioco in prima persona capace di rivaleggiare con Serious Sam, Counter-Strike e Soldier of Fortune su PC, rendendo naturale il movimento e lo shooting anche con un pad tra le mani.

Partirei col dire che la trama di Halo è poco più che un pretesto. Master Chief è un soldato geneticamente modificato facente parte del progetto Spartan, un gruppo militare nato per proteggere l’impero interstellare da agenti esterni. Questi agenti esterni sono i Covenant, una razza aliena che punta alla distruzione degli umani, e che fa base su Halo: una sorta di mondo artificiale che si scoprirà essere un’arma di distruzione di massa. Master Chief e il sergente Johnson hanno quindi il compito di combattere questa invasione aliena, e lo faranno con l’aiuto sia di altri soldati, sia di Cortana, un’IA che viene agganciata al protagonista per risolvere questo o quell’altro problema. Gran parte del gioco è sostanzialmente una grande corsa contro il tempo per recuperare il capitano Keyes, catturato dagli stessi Covenant, ma il senso d’urgenza – se guardiamo banalmente alle cutscene – non si sente mai. La storia non solo è un po’ confusa, iniziando forzatamente in medias res, ma è anche piatta rispetto a come è raccontata, senza intensità e oltretutto inzuppata in un tipo di glorificazione dei marines tipica dell’America d’altri tempi. Era un problema anche di Gears of War, ma il titolo di Cliff Bleszinski aveva anche molto più cuore, che sopperiva a un impianto narrativo spiccatamente muscolare. Non ho idea se dal secondo capitolo in poi la trama riesca a fare quel balzo in avanti che ci si aspetta da un videogioco di questa portata, ma quello che abbiamo tra le mani oggi non è, di certo, un titolo che brilla per la sua componente narrativa.

Da giocare, invece, Halo Campaign Evolved è straordinario. Non tanto per la sua forma larga, perché tanti dei suoi elementi sono invecchiati anche malino, quanto per un lavoro sullo shooting e sulla mobilità che era magistrale nel 2001, e lo è rimasto ancora oggi. Halo è un FPS dove l’elemento principale è uccidere. Non ci sono puzzle ambientali, non ci sono momenti forzatamente narrativi, c’è poca esplorazione; il suo focus centrale consiste esclusivamente nello sparare ai nemici attraverso una buona varietà di bocche da fuoco. Ed è proprio concentrandosi su questo suo elemento, che Halo ha vinto la prova del tempo. Correre, saltare, sparare e lanciare granate è sempre soddisfacente, teso, brutale e carnale come solo nei più grandi videogiochi di sempre. Di fatto, Halo è l’unico FPS single-player che si gioca praticamente come un multiplayer competitivo, perché richiede quell’esatto grado di reattività, specialmente quando siamo messi a confronto con orde abbondanti di nemici dentro a stanze piccolissime, dove una singola bomba rischia di far saltare il cinquanta per cento del contenuto di quella stessa area. Bisogna stare attenti allo scudo, alla quantità di bombe, alle munizioni – che ci impongono di cambiare arma continuamente – addirittura ai nemici invisibili e a quelli che, se attaccati, possono sprigionare un potere ancora maggiore. Insomma, le sensazioni che Halo è in grado di sprigionare sono ancora uniche, e il gioco è – a venticinque anni di distanza – più divertente dell’FPS medio dell’ultimo decennio. 

Purtroppo qualcosa è invecchiato maluccio. Il level design è piatto a dir poco, con ‘sti corridoi infiniti, grigi o viola, che si assomigliano tra loro per decine e decine di minuti di fila, dandoci l’impressione di giocare sempre nelle stesse due o tre aree. A volte, nonostante questo, i livelli sono pure dispersivi, costringendoci – spesso e volentieri – a guardare al puntatore per capire qual è esattamente la strada corretta che andrà a sbloccare la sezione successiva. Le fasi a bordo dei mezzi, poi, diciamo che non sono un granché, e sono figlie di un modo di intendere le “mappe grandi” di inizio duemila. Attenzione, ci tengo a precisare che questa cosa è un problema oggi, perché banalmente abbiamo capito come gestire le aree più aperte negli FPS, ma per l’epoca, così come la dune buggy di Half-Life 2, era un punto di partenza da cui tanti hanno poi attinto. Rimane il fatto che oggi, quelle sezioni lì, sono un po’ meno entusiasmanti del previsto.

C’è poi un problema che è invece proprio di questo remake: la tecnica. Ora, visivamente Halo Campaign Evolved è oggettivamente valido. L’Unreal Engine 5 dona un’intensità e una ricchezza mai viste nel mondo di Halo, con ‘sti particellari esplosivi, l’illuminazione accesa e i modelli poligonali ultra-dettagliati. C’è però da dire che, lo stesso Unreal Engine 5, dona a Campaign Evolved anche un’ottimizzazione a dir poco criminale. Con il mio PC, dotato di un’RTX 4090, 64GB di RAM e un i9 di fascia alta, Halo Campaign Evolved – in 4K e bloccato a 60fps – si è permesso di droppare una quantità di frame che non mi capitava di perdere da quando avevo la 1080 Ti. Non è un vizio che rende ingiocabile il titolo, anzi, succede per lo più durante le cutscene, ma è incomprensibile come un gioco che non è manco il non plus ultra della grafica contemporanea non riesca a tenere nemmeno i sessanta fotogrammi stabili su una configurazione del genere. Ho sentito di storie ben peggiori su PS5 base e Xbox e non stento a crederci, dato che anche su Steam Machine funziona a stento a 720p, ma da un gioco che è sempre stato sinonimo di tecnica d’alto livello e stabilità non mi aspettavo certo un’ottimizzazione così raffazzonata.

In molti si sono lamentati del fatto che Halo Campaign Evolved non ha il multiplayer competitivo, senza pensare al fatto che – effettivamente – il primo Halo non presentava ancora il multigiocatore online. È vero che lo aveva in LAN e a schermo condiviso sulla stessa console, ma è un tipo di perdita a parer mio accettabile, contando che la Master Chief Collection è comunque disponibile sia su PC che su Xbox, e ha inoltre i server ancora attivi. Sulle versioni console di Campaign Evolved è però presente lo split-screen coop, e su tutte le versioni è possibile giocare in cooperativa online ogni singolo livello della campagna, da gustare attraverso tutti i suoi livelli di difficoltà.

A proposito di difficoltà, ho giocato tutta la campagna di Halo a normal, ma devo dire che, un po’, me ne sono pentito. Non che sia facile eh, anzi, Halo è sempre stato un videogioco particolarmente impegnativo e lo è – se non si è troppo forti negli FPS – anche a normal, ma per le mie skill sentivo il bisogno di qualcosa di più. In molti suggeriscono di giocarlo almeno a difficoltà eroica, che dovrebbe rendere gli scontri ancora più entusiasmanti, e quindi – forse – consiglio la stessa identica cosa anche voi.

Riguardo alle aggiunte di questo remake invece, oltre alla grafica totalmente ricostruita da zero, Campaign Evolved offre anche tre missioni prequel del gioco, che vedono Master Chief e il sergente Avery Johnson infiltrarsi in una nave da ricerca Covenant per fare piazza pulita. Sono tre missioni che seguono abbastanza pedissequamente lo spirito del primo Halo, con una missione numero due che osa un po’ di più in termini di ambientazione e level design, e che ci offrono un tre orette totali di gioco, per arrivare alla fine. Funzionano e mi hanno divertito, ma forse da una serie di livelli che nascono nel 2026 mi aspettavo un po’ di più. Mi aspettavo anche che fossero state integrate direttamente nella campagna, e non selezionabili un po’ a margine come quasi fossero un DLC a pagamento, uscito successivamente al gioco. Troviamo poi anche la campagna remix, che è invece una versione – appunto – remixata della campagna, in cui gli spawn, le armi e i nemici sono totalmente randomizzati, rendendo il gioco, specialmente per i fan di Halo, rigiocabile un po’ all’infinito. 

Rimane quindi aperta la questione che ho posto all’inizio: ha senso Halo nel 2026? Sì e no. I giocatori che già lo amavano, o che vengono comunque da quella generazione di console – come il sottoscritto – troveranno qui un gioco meraviglioso, un po’ vecchio nel concept, ma capace di sprigionare le storiche sensazioni che abbiamo vissuto durante il gaming dei primi anni 2000. Chi è invece troppo giovane per conoscere la saga, o chi è nato e cresciuto con le generazioni successive potrebbe non trovare l’appeal giusto per affrontare un gioco del genere. Oggi gli FPS sono più grossi, più ampi, più vari e – ovviamente – contemporanei. Questo non è necessariamente un bene, perché – a fronte della necessità di fare più roba – questa viene realizzata in modo sempre più approssimativo. Halo fa invece due cose, ma le fa così bene che un giocatore alfabetizzato è in grado di vedere la differenza tra questo e l’ultimo Call of Duty lontano un miglio. Temo invece che un giocatore non alfabetizzato, ovvero chi è cresciuto con i free to play e le lootbox, questa differenza non solo non la veda, ma lo spinga a scegliere volontariamente il prodotto più brutto, ma più nuovo. Ed è per questo che la scelta di Xbox, di puntare nuovamente su Halo nonostante non riesca più a ritrovare i fasti di un tempo, non la capisco, e – nonostante gli auguro sinceramente di vendere tantissimo – temo potrebbe dimostrarsi l’ennesimo buco nell’acqua di una società che non ha ancora capito che direzione prendere per non morire. 

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