007 First Light

Ho sempre trovato affascinante leggere epoche, decenni e contesti storici attraverso le saghe. Ogni capitolo di The Texas Chainsaw Massacre ci dice molto più di qualunque saggio rispetto alla lettura che in quel periodo storico abbiamo avuto della violenza; ogni rilettura di Shakespeare, dal Macbeth di Orson Welles, all’Hamnet di Chloé Zhao, fino addirittura allo Shakespeare’s Shitstorm di Lloyd Kaufman, ci suggerisce qualcosa sì dell’autore o dell’autrice, ma soprattutto del contesto in cui quel film è stato prodotto. Se c’è una saga che più di tutte ha incarnato lo spirito della trasformazione è però quella di 007. L’icona di Ian Fleming nata al cinema col Dr. No di Sean Connery ha cambiato, nel corso delle generazioni, volti, estetiche, immaginari e soprattutto valori, fino ad arrivare a una saga come quella di Craig, che chiude il giro in attesa di scoprire cosa diverrà il franchise nelle mani di Amazon. Nell’attesa, possiamo iniziare a capirci qualcosa a partire da 007 First Light, prodotto di IO Interactive e distribuito proprio da MGM Amazon, che ci restituisce in qualche modo un first look a quello che la saga potrebbe diventare da oggi in poi.

È un Bond giovane, quello di First Light: inesperto, impulsivo, a volte un po’ superficiale. Eppure tutti i tratti che riconosciamo nel carattere della spia più famosa d’Inghilterra sono già lì. Lo 007 di Patrick Gibson è, ancora prima di metter piede per la prima volta nella sede dell’MI6, scaltro, elegante, estremamente carismatico e affascinante, tanto che è visibile lontano un miglio che il posto vacante nell’agenzia toccherà a un certo punto a lui. Certo, prima di arrivarci saremo costretti ad affrontare sia una missione di salvataggio d’emergenza che apre le danze, e che dimostra già in partenza tutti i punti forti della produzione, sia una lunga sessione di addestramento montata e messa in scena con grande maestria. Tanto da farci sentire realmente nei panni di James Bond.

Se c’è infatti un enorme pregio che la produzione di IOI rivela fin da subito è la sua capacità di farci entrare nel racconto. E non soltanto attraverso delle scene d’intermezzo girate molto bene, dei personaggi carismatici a cui è facile affezionarsi e una gran varietà di situazioni che ci porteranno a esplorare ogni angolo della terra, ma soprattutto attraverso ciò che il gioco – in termini ludici – ci permette di fare.

007 First Light è, come ci si poteva aspettare, un mix perfettamente equilibrato tra l’avventura più dritta, scriptata e spettacolare di Uncharted e le missioni larghe, libere e stimolanti dell’ultimo Hitman. Se inizialmente il gioco sembra proporre soltanto set piece su set piece, eccezionali dal punto di vista estetico ma decisamente più grezze di quelle che possono permettersi gli amici di Naughty Dog, con il passare delle ore First Light ritrova l’identità del suo studio, restituendoci molte più scelte che nel classico prestige game action-adventure AAA. Nella prima, grande, missione “libera” dovremo ad esempio intercettare un fattorino che nasconde chiaramente qualcosa, seguendolo per l’enorme villa dentro cui è ambientato l’intero stage. Vien da sé che, sotto l’iniziale copertura da fattorino, dovremmo cercare di entrare in zone off limits, scalare grossi tubi d’acciaio, cambiare travestimento e buggerare le guardie che delimitano le zone. Il tutto seguendo una serie di piccoli ma efficaci momenti scriptati che portano avanti il racconto, integrandosi in modo eccezionale con le tre o quattro opzioni che abbiamo a disposizione per arrivare al passaggio successivo.

Non parliamo mai della libertà sbalorditiva vista in Hitman, che – comunque – di momenti scriptati e set piece sostanzialmente non ne aveva, ma il bilanciamento trovato da IO Interactive è perfetto sia per l’utente inesperto che vuole farsi accompagnare per mano verso i titoli di coda, sia per chi cerca un filo più di brio nella componente ludica, scegliendo autonomamente come proseguire.

Tra queste macro missioni ci sono poi, per l’appunto, i set piece, o i momenti più scriptati. Parliamo di grosse scene d’azione guidate dove a comandare è lo spettacolo, l’immersione, l’azione senza compromessi che sembra farvi muovere dentro alla scena di un film hollywoodiano. Molte di queste sono estremamente riuscite: belle da vedere, intelligenti nel farvi credere di star comandando realmente Bond e soddisfacenti nel payoff, che si risolve spesso e volentieri in un lungo scontro armato. Altre, invece, rivelano maggiormente un budget lontano da quello che Uncharted 4, addirittura più di dieci anni fa, poteva permettersi. Poco male, perché l’ago della bilancia pende molto più verso quello che funziona, rispetto a ciò che non funziona, facendo un po’ l’effetto di quelle grandi produzioni imperfette dell’epoca PS3 e Xbox 360, ma destinate a rimanere nell’immaginario collettivo.

E a proposito di immaginario, quindi, sto James Bond moderno com’è? Le parole, nei confronti di quello che doveva essere per qualche mentecatto il primo Bond woke si sono sprecate, e – come spesso accade – nessuno aveva ragione. Il Bond di Patrick Gibson non assomiglia al Bond spesso spiacevole di Connery, ma nemmeno a quello più impostato ed eroico di Craig. È un Bond con una sua identità, che non ha ancora il vizio del Martini ma che non perde l’occasione di sedurre, e farsi sedurre, dalle belle donne. È un Bond che non fa mai sfoggio di un machismo ormai demodé, ma che riconosce quando la violenza è necessaria; che non segue le regole soltanto quando gli stanno strette; che tenta spesso di risolvere le situazioni con la lingua, prima che con la pistola. Ed è quindi sì un Bond più contemporaneo, ma nel modo più corretto e meno antitetico possibile rispetto all’eredità della sua icona.

Ma è soprattutto un Bond che si gioca bene: veloce, fluido, ricco di armi da raccogliere e abbandonare senza grandi cerimonie. L’orologio che ci viene regalato una volta ottenuta la licenza di uccidere è oltretutto divertentissimo da usare, perché ci permette di sabotare i gingilli elettronici sparsi per tutto il livello, avvelenare qualunque NPC, accecarlo, lanciare onde soniche e così via. Insomma, a piedi, che sia una missione di perlustrazione, una d’azione o un momento di platforming il feeling è sempre quello giusto. Su quattro ruote, invece, la storia è un po’ diversa. Chiaramente, First Light si focalizza su ambienti chiusi e liberamente esplorabili nella sua componente ludica principale. Ma in un action sono i set piece a settare il tono, e allora non mancano alcune sparatorie in esterna dal timing ben preciso, e soprattutto lunghi inseguimenti in macchina mentre saltiamo qua e là per un percorso che si porta a casa (quasi) con il pilota automatico. Come suggerivo in precedenza sono sempre momenti molto ricchi dal punto di vista estetico, ma un po’ poveri per come si giocano, specialmente se messi a confronto che le grosse produzioni tripla A a cui First Light non può paragonarsi davvero.

Eppure, per un prodotto che è sicuramente costato meno di un Uncharted, di un God of War o di uno Spider-Man, il suo production value è eccezionale. Tolta la varietà di situazioni, di location e di comprimari che entrano ed escono dal racconto, 007 First Light dura anche una quindicina d’ore abbondanti, facendoci vivere una sorta di racconto che parte dalla formazione e arriva alla conferma dell’icona. È un bell’arco, quello di ‘sto Bond, specialmente per un discorso sull’IA intelligente e mai superficiale o paternalistico, che si mischia oltretutto meravigliosamente con il setup da Intrigo internazionale che è sempre stato proprio del franchise.

Di conseguenza anche sul fronte puramente visivo e tecnico, il lavoro di IOI è solido e coerente. Su PC, dove ho giocato il titolo, ho affrontato l’intera avventura al massimo della qualità possibile, a 120fps fissi senza cali frequenti nella maggior parte delle ambientazioni. Chiaramente con una build che monta una 4090, ma la buona notizia è che 007 First Light gira anche sorprendentemente bene su Steam Deck, fisso a 30fps senza cali e senza nemmeno enormi compromessi grafici. E il colpo d’occhio non ne risente, anzi. I volti dei protagonisti, gli ambienti e buona parte degli effetti sono indistinguibili da quelli di un tripla A contemporaneo, tolti magari un paio di VFX e la modellazione di buona parte degli NPC. Comunque, anche qui specialmente in rapporto alla grande quantità di location, l’aspetto tecnico può definirsi eccellente.

Non mancano poi un po’ di missioni alla VR Missions di Metal Gear da completare sia durante la campagna che una volta conclusa, accessibili dal menù principale e che hanno chiaramente l’unica funzione di allungare la longevità, ma a livello di contenuto era difficile chiedere di meglio.

Anzi, se devo trovare un paio di difetti a 007 First Light uno di questi è proprio una durata forse un filo eccessiva rispetto a ciò che il gioco ha da offrire. L’effetto è un po’ il medesimo di Uncharted 4, dove – a poco più di metà – si stava in attesa di un finale che continuava a venir rilanciato capitolo dopo capitolo, con il rischio di venire un po’ a noia. Non sto insinuando che si arrivi ai titoli di coda quando ormai non se ne può più, ma che due o tre ore in meno non avrebbero guastato, e l’entusiasmo che sprigionano le prime tre ore non è decisamente lo stesso che ci rimane durante le ultime battute di gioco.
Delle decine di videogiochi che compongono la controparte ludica di 007, comunque, First Light trova senza dubbio un posto sul podio. Chiaramente non avrà mai la rilevanza ludica e iconografica di quel Goldeneye che nel 1997 rivoluzionò il concetto di sparatutto su console, ma in un mondo in cui è sempre più difficile lasciare il segno, 007 First Light rappresenta sicuramente uno dei prodotti più interessanti del nostro 2026 videoludico, a prescindere dalla firma che porta e dei videogiochi che sono usciti intorno a lui. Chissà se un prodotto così pulito ed elegante non avrà da insegnare anche alla sua controparte cinematografica, un po’ come aveva fatto prima di lui Indiana Jones e l’Antico Cerchio; un gioco diverso, certo, ma che con First Light condivide il medesimo coraggio produttivo.

3.5