Dead or Alive è una saga che ho sempre guardato da lontano con grande curiosità, fin da quando ero bambino. E non perché fossi un grande appassionato di picchiaduro o di videogiochi giapponesi, ma perché ciò su cui faceva leva – personaggi femminili poco vestiti e con una fisica del corpo particolarmente curata – accendeva una parte di me che, ancora, conoscevo poco. A dodici anni, ovviamente, l’ultima cosa a cui pensavo era quanto quel tipo di rappresentazione sessualizzata potesse diventare col tempo problematica per il genere femminile tutto: questione poi discussa a lungo a ogni uscita di un capitolo mainline, e soprattutto con la release dello spin-off Xtreme Beach Volleyball, che vede le nostre scontrarsi in partite di pallavolo mentre la camera indugia con insistenza sulle loro parti intime.

Oggi, con la consapevolezza di un trentaquattrenne, rimango al contempo affascinato e stranito da un modo di intendere il videogioco che abbraccia senza paura elementi che definirei quasi soft-porn. Ma, in qualche modo, è una sensibilità che capisco addirittura meglio di prima. La narrativa giapponese, d’altronde, è piena di questa roba qui, che – a volte – si spinge addirittura molto oltre. Penso a film d’animazione straordinari come A-Kite, Bio Hunter o addirittura Urotsukidōji: Legend of the Overfiend, che è un vero e proprio hentai, ma che nasconde al suo interno una bellezza stilistica e una profondità narrativa da far invidia a molti anime considerati “puliti”. Ed è qui che sta il primo paradosso di questa edizione: il fanservice. In Dead or Alive 6 base era stato limitato fortemente; Last Round – invece – se lo riprende quasi tutto, tra costumi aggiuntivi che non abbiamo mai visto e DLC prima a pagamento, questa volta già integrati nell’esperienza. Last Round è una sorta di versione definitiva che riabbraccia esattamente ciò che il capitolo originale aveva provato a smorzare, ovviamente – ai tempi – tra le urla offese dei fan.
Sempre tra le urla dei fan, nel 2019, si era parlato anche di un videogioco meno a fuoco rispetto al capitolo precedente. E non per il suo gameplay, ancora estremamente pulito, unico e tecnico, ma per una serie di aggiunte e di rinunce che suonavano più come un passo indietro che come un passo in avanti.
Dead or Alive 6 è un picchiaduro 3D, nel senso più classico del termine. Personaggio contro personaggio, modalità che vanno dalla storia, alla versus, a quelle a tempo; training mode per imparare le mosse e così via. Dentro all’ultima release di Koei Tecmo c’è tutto quello che ci si aspetta dal genere, ma la qualità media dei suoi singoli elementi è a dir poco altalenante.

Partiamo dal punto più debole dell’intero pacchetto: la modalità storia. Per un utente che non gioca competitivo, come il sottoscritto, una bella campagna è probabilmente la leva più forte nella decisione del picchiaduro da giocare durante la generazione corrente. Personalmente non mi aspetto mai una grande storia o una struttura narrativa particolarmente ardita, ma la sola idea di avere una serie di scontri legati da qualche cutscene per arrivare ai titoli di coda è una motivazione abbastanza valida per spingermi all’acquisto di un fighting game. Ahimè, la campagna di Dead or Alive 6: Last Round è però profondamente mediocre. Al contrario di giochi come Tekken o Street Fighter, che legano un singolo personaggio a una storyline dritta basata sulla sua backstory, qui la campagna è un mappazzone di missioni che si intersecano tra loro, divise in modo incomprensibile e che seguono sempre lo stesso pattern: cutscene narrativamente inconsistente e visivamente orrenda (oltre che in bassa definizione) ad aprire la battaglia, un round facilissimo, e, infine, sblocco della missione successiva. E attenzione, questo non è un difetto di Last Round: è il design originale del sesto capitolo – identico a quello di sette anni fa – che nessuno si è preso la briga di sistemare. E quindi in una campagna dove né la narrativa né l’elemento ludico riescono a divertire, la modalità storia di Dead or Alive 6 resta il suo elemento più trascurabile.
Il combat system proprio della saga ha però un sapore così unico e gustoso che tutte le altre modalità, da quelle single player a quelle multiplayer, sono già un valido motivo per buttarsi sull’unico fighting game in uscita questo giugno. Dead or Alive si gioca in modo molto diverso sia da Tekken che da Street Fighter. Sono solo due tasti, infatti, a permetterci di calciare e tirar pugni, laddove gli altri due del quartetto ABXY ci permettono di usare la presa e – soprattutto – il contrattacco, qui chiamato Hold. Ed è proprio l’Hold l’elemento principale del combat di Dead or Alive 6: da premere esattamente al momento giusto per ribaltare le sorti di una combo avversaria. I fighting game basati sulla parata, si sa, sono difficili per loro stessa natura, ma la forza di un gioco come Dead or Alive 6 sta in una leggibilità dell’azione molto superiore a quella dei suoi colleghi più noti, e in un tutorial così preciso e curato da trasformare anche il più neofita dei giocatori in un mezzo pro player. In tutto questo, il 6 aggiungeva due importanti novità di gameplay rispetto al passato: il Break Gauge, una barra da caricare per scatenare colpi potenti, e il Fatal Rush, una sequenza di combo eseguibile premendo a ripetizione un solo tasto, pensata proprio per far sentire capace chi capace ancora non è.

La verità è però che senza imparare le prese, le Hold, le combo, e le ultimate manuali difficilmente riusciremo a padroneggiare la vera modalità principale di Dead or Alive 6: la DOA Quest. Qui dovremo completare una serie di missioni per un massimo di tre stelline a stage. Una la si ottiene semplicemente concludendo il combattimento, le altre due soltanto portando a termine combo e attacchi specifici. La trovata interessante è che, se finiamo lo stage senza soddisfare una delle richieste, possiamo passare direttamente al tutorial che ci insegna quella singola tecnica, per poi rientrare in continuità nello stage e cercare di ottenere il punteggio massimo. È un sistema stimolante, che premia la precisione e la dedizione ben più del button mashing sfrenato, e che si fa valida alternativa a una campagna decisamente poco entusiasmante.
Ci sono poi la classica modalità arcade, la survival e la time trial: tre varianti dello stesso identico concept, ovvero “sconfiggi una decina di avversari di fila senza morire con un singolo personaggio”. Ognuna di queste ha una classifica divisa per difficoltà e personaggio, e quel pungolo da leaderboard, per qualcuno, può serenamente bastare a tenerlo incollato per ore e ore, anche balzando a pié pari il multiplayer. Ed è così che la longevità, anche per chi è interessato alle sole modalità a singolo giocatore, può superare tranquillamente la decina d’ore abbondanti, laddove altri picchiaduro potrebbero venir avviati soltanto per i versus in multigiocatore locale.

A tal proposito, avendo giocato il titolo prima della release, non posso sapere se e come i server di Last Round reggeranno, ma il netcode dovrebbe essere il medesimo della versione originale, che negli ultimi sette anni ha attraversato fasi alterne. Ed è proprio qui casca l’asino. Del rollback netcode ancora nessuna conferma; del cross-play non si sa niente (e probabilmente non ci sarà); la versione originale di DOA6 non è compatibile, online, con chi acquisterà questa nuova versione. Tutte cose che Street Fighter e Guilty Gear danno per acquisite da una vita, tra l’altro. Per un picchiaduro che esce nel 2026 sono mancanze che pesano veramente molto, specialmente per chi – appunto – pensa di giocarci principalmente per il suo competitivo online.
Ma quali sono le aggiunte rispetto alla versione base del 2019? A dirla tutta, non troppe. La principale è che cinque personaggi prima nascosti dietro ai DLC – Nyotengu, Phase 4, Momiji, Rachel e Tamaki – sono ora disponibili da subito nel roster. Specifico che non sono tutti i personaggi esistenti di DOA6: Mai e Kula – ad esempio – restano fuori, e vanno comunque acquistate come DLC a pagamento, anche da chi le aveva già dalla versione precedente. C’è poi qualche costume in più, un’ottimizzazione migliorata, il carry-over dei salvataggi e – soprattutto – la photo mode. Ora, a me di ‘sta modalità foto, sarò sincero, frega poco, ma per la natura stessa dei personaggi di Dead or Alive e per la sua specifica fanbase era plausibilmente molto ambita. Ci ho passato su qualche minuto, mi sembra effettivamente molto valida; probabilmente non la riaprirò mai più.

E infine c’è la mossa che, da sola, dice tutto su come Koei Tecmo intende questa operazione: l’11 giugno il DOA6 originale, tutti i suoi DLC e il vecchio Core Fighters sono stati rimossi da Steam. Chi possedeva già il gioco non riceverà né uno sconto né un percorso di upgrade verso Last Round, e chi aveva sbloccato personaggi e storia nel vecchio free-to-play dovrà ricomprarli da capo. Inutile dirvi che parliamo delle solite pratiche predatorie di alcune software house giapponesi che, pur di mantenere il profitto alto su prodotti che – sappiamo benissimo – non venderanno mai così tanto, non si fanno scrupoli a scontentare i loro stessi utenti.
La vera domanda, allora, è una sola: a chi è rivolto Dead or Alive 6: Last Round? Chi l’aveva già spolpato, magari acquistando buona parte dei suoi costosissimi DLC, qui non troverà certo un altro gioco. Qualche costume in più, una tecnica leggermente migliore e la photo mode non bastano a farne un pacchetto succoso, soprattutto sapendo che Koei Tecmo è già a lavoro sul settimo capitolo. Per i neofiti la situazione è invece più scivolosa. Last Round esce in concomitanza con la nuova versione free-to-play, Dead or Alive 6 Last Round Core Fighters, che permette di giocare gratis il titolo attraverso quattro soli combattenti – Kasumi, Marie Rose, Honoka e NiCO – dando a tutti la possibilità di testare con mano le meccaniche di combattimento e quasi tutte le modalità, online incluso. Tuttavia il resto del roster e la modalità storia rimangono bloccati dietro al pagamento di questa versione Last Round. Niente possibilità di grind o di unlock progressivo: per il resto del cast e per la modalità storia bisogna pagare. È un ottimo modo per testare il gameplay a costo zero, ma è costruito per spingere l’utente, pezzo dopo pezzo, verso la versione completa da circa quaranta euro.

Ed è per questo che, così su due piedi, non saprei dire quale sia davvero il pubblico di Dead or Alive 6: Last Round. I fan potrebbero decidere di aspettare direttamente Dead or Alive 7, ben consci del fatto che negli ultimi anni DOA6 era praticamente morto e che difficilmente questa edizione ne farà rinascere l’online. I neofiti possono sperimentare con la versione gratuita e, se si appassionano, fare il salto. Però continuo a chiedermi: in un mondo in cui Street Fighter 6, Tekken 8 e Mortal Kombat dominano il mercato dei fighting game, esiste ancora una finestra per Dead or Alive?
Forse sì. Tant’è che io stesso mi ci sono divertito più del previsto, trovando l’ennesimo picchiaduro che tirerò fuori durante le serate con gli amici, e scoprendo così una saga che ho sempre guardato da lontano, ma che questa volta – invece – mi ha preso inaspettatamente da molto vicino.



