Le cose belle mi fanno emozionare. Sembra un’affermazione banale, ma lo è soltanto in parte. Difficilmente mi viene il magone per una scena drammatica in un film, o la morte di un personaggio che amavo in una serie TV, o un happy ending che forza necessariamente la lacrima. Spesso, invece, mi viene quando mi trovo davanti a una soluzione di messa in scena originale, un dialogo scritto in modo sincero, un brano non scontato che passa sotto a un momento apparentemente irrilevante. Ecco, Mixtape, fin dai suoi primi secondi, mi ha fatto emozionare.
Non è un videogioco triste, quello di Beethoven & Dinosaurs; al limite è malinconico, come lo sono tutti quei coming of age che parlano di crescita e di allontanarsi da quello che è sempre stato. Eppure, in ognuno dei suoi venti capitoli abbondanti, è in grado di farci emozionare, di suggerirci qualcosa di importante, di stupirci con la sua messa in scena a dir poco grandiosa.
L’incipit è semplicissimo: tre ragazzi, amici da sempre, si ritrovano davanti a un momento di rottura nella loro vita. La scuola è finita e ognuno di loro deve scegliere chi vuole essere da grande. Da una parte c’è Van, che sogna di fare musica ma che è geloso di tutto ciò che ha registrato, tanto da non aver fatto ascoltare ancora nulla alle sue due amiche; Cassandra è la ragazza ribelle portata all’esasperazione da un padre poco permissivo, che sta cercando ancora la sua strada; Stacy – la protagonista che interpretiamo – sta invece per trasferirsi per sempre a New York per tentare la fortuna nel contesto che ama. La sua fissa sono i mixtape, ovvero delle playlist su cassetta che dovrebbero raccontare – secondo lei – qualcosa di più importante della somma dei singoli elementi. Non a caso il suo sogno è fare la music supervisor per il cinema, e quindi si porta sempre dietro una di queste cassette, dentro cui si susseguono tracce su tracce che dovrebbero, in qualche modo, accompagnare la vita.
C’è un’ultima cassetta, però, che deve punteggiare le restanti ventiquattro ore: quella che Stacy ha preparato poc’anzi, prima di prendere un aereo senza guardarsi indietro. E dunque, con in testa ogni singolo beat che deve caratterizzare quel giorno, la protagonista ascolterà una canzone dietro l’altra, legata o a un momento specifico della giornata o a un ricordo che vuole riesumare, tra decine di brani di artisti storici come DEVO, Joy Division, The Cure, Smashing Pumpkins, Iggy Pop e così via.

Inutile negare che la musica, elemento centrale di Mixtape, fa qui metà del lavoro. Tolto Death Stranding e i vari GTA, non ricordo – a memoria – altri videogiochi narrativi con una carrellata così plateale di musica su licenza, che già da sola vale il prezzo del biglietto. E non è una sciocchezza, in un mondo in cui le licenze scadono, e le musiche vengono sostituite perché la cosa più importante è il profitto, Beethoven & Dinosaurs ci regala invece un’opera che può e dev’essere vissuta esclusivamente così, facendoci il grande regalo di non inserire nemmeno la classica modalità streaming, utile solo a non far rischiare ai content creator uno strike. Perché, secondo una loro stessa dichiarazione, Mixtape non parla semplicemente di musica, ma di come quella specifica musica ci fa sentire, tanto che senza di essa non esisterebbe alcun gioco.
Letteralmente, perché sul fronte ludico, in Mixtape, non si fa granché. O, almeno, non si fa granché apparentemente, perché ogni singolo stage – tolti quelli più esplorativi alla, diciamo, Life is Strange– presentano meccaniche uniche che vanno dallo slinguazzare due adolescenti con i due stick del pad al riempire una casa di carta igienica; dal correre come matti in groppa a un carrello inseguiti dalla polizia, al farci muovere la testa a ritmo di musica mentre siamo in macchina. Non sono meccaniche straordinarie o mai viste, ma sono perfettamente in linea con quello che Mixtape racconta, e con quello che osserviamo, viviamo, sentiamo.
Sarebbe un errore definire Mixtape come un semplice walking simulator, perché se da una parte lo è, come lo sono tutti quei videogiochi non tradizionali che mettono il tema o il racconto sopra a tutto, dall’altra è quasi un compendio di videoclip musicali interattivi, che si possono vivere soltanto attraverso il videogioco; soltanto attraverso l’utilizzo di un pad. Non è un film e non è un video su youtube: Mixtape è esattamente quello che dev’essere un’esperienza interattiva che fa della musica il suo punto centrale, assomigliando quasi più a un concerto che a, per dirne uno, Firewatch.

Le emozioni che è in grado di sprigionare, tuttavia, sono le medesime. Non si arriva mai al lirismo di un What Remains of Edith Finch, è vero, ma anche solo il lavoro sulla messa in scena è qui un qualcosa che non ho sinceramente mai visto in un videogioco. Da cineasta faccio fatica ad esaltarmi per la regia di un videogioco. Il più delle volte, soprattutto nell’ambito dei tripla A, i momenti all’infuori del puro gameplay sono diretti nel modo più formulaico possibile.
Un qualunque dialogo in Assassin’s Creed sarà quindi girato solo ed esclusivamente in campo e controcampo, col montaggio che si appoggia su chi sta parlando. In un Marvel’s Spider-Man ogni scena d’azione tenderà a prediligere grandangoli in movimento che seguono pedissequamente il ritmo dell’azione. In un indie dal taglio più cinematografico, spesso, il budget non permette la precisione millimetrica che magari, su carta, si insegue. Qui invece ogni dialogo, ogni taglio, ogni set piece è messo in scena in modo unico, originale, a volte reminiscente di questo o quell’altro regista, ma il risultato è sempre qualcosa di unico, perfettamente in linea con ciò che il videogioco sta raccontando.
Sicuramente aiuta un’estetica straordinaria, basata furbamente sulle tecniche d’animazione più contemporanee alla Into the Spiderverse, che restituiscono un tocco moderno a un videogioco che guarda con amore al secolo scorso, ma è davvero impossibile non rimanere a bocca aperta almeno una decina di volte durante le tre ore abbondanti di durata della nuova perla pubblicata da Annapurna.

Forse avrei voluto durasse di più, forse sarebbe stato meglio – e questo lo dico rispetto al pubblico più generalista – buttarci dentro un paio di momenti più volgarmente emozionanti, forse la volontà di proporre una playlist così ricercata può accontentare più me che il giocatore medio da Game Pass, e quindi difficilmente Mixtape rimarrà impresso sulla roccia come il grande capolavoro del 2026. Per me, tuttavia, è uno dei migliori titoli dell’anno, forse uno dei più importanti dell’intera generazione. Perché quando si ha qualcosa da dire e si sa come dirlo c’è poco da fare: il risultato non può che essere qualcosa che ci entra dentro, e che a un certo punto inizia a far parte di noi.



