InKonbini

Se nel mondo dei videogiochi mi sono già dichiarata più volte neofita, per quanto riguarda Giappone e supermercati mi sento di identificarmi come un’esperta. Inutile dire che il primo konbini in cui ho messo piede appena arrivata a Tokyo sia stato per me una rivelazione. Colpevole il fatto che in Italia non esista nulla di vagamente simile, che il cibo mi appassiona, o più semplicemente che sono l’ennesima vittima del fascino nipponico, l’Esselunga, per anche solo un konbini vicino casa, la baratterei volentieri.

Quei piccoli e preziosi ministore sprigionano infatti per me un’aura unica, quasi eterea. Sono luoghi sospesi nello spazio e nel tempo; non-luoghi in cui perdersi e alienarsi completamente dal mondo, capaci di renderci schiavi di una semplice quanto appassionante missione: scegliere cosa mangiare.

Dalla musichetta che ti accoglie e poi ti accompagna fino all’uscita, ai panificati caldi impilati in ceste di vimini, fino alle infinite opzioni di caffè: tutto nei konbini sembra vivere in un universo proprio. E ciò mi basta per affermare che i konbini sono – per mia sensibilità personale – la migliore invenzione del mondo capitalista, secondi solo al supremo Donquijote.

Tra i vicoli colorati di Shinjuku, sotto la pioggia umida di Kyoto, ai margini di una stazione dimenticata nelle afose campagne giapponesi ci sarà sempre un konbini a bordo strada ad attenderti a porte aperte. Insomma, i convenience store sono un po’ la casa di tutti, di chi esce stanco dal lavoro, di chi torna affamato da scuola o di chi, semplicemente solo e annoiato, cerca qualcosa da acquistare per colmare la malinconia.

InKonbini di fatto, è esattamente tutto questo: un’opera celebrativa del mondo dei minimarket giapponesi, capace di raccogliere l’essenza nostalgica, eppure confortante, che scorre nel concetto stesso di questi piccoli universi.

Nel gioco vestiamo i panni di Makoto, giovane protagonista che, alla ricerca della propria strada, accetterà un impiego estivo al konbini della ormai anziana zia. Insieme a lei percorrete le corsie silenziose del mini-store riordinando bibite, controllando merce e spostando da uno scaffale all’altro i prodotti in sconto. Insomma, un vero e proprio lavoro che vi obbligherà a prestare attenzione alle richieste, non solo dei clienti, ma anche dei colleghi, annotate su dei post it sempre accessibili. 

InKonbini, sostanzialmente, è un gioco che vi fa credere di starvi rilassando, mentre in realtà state banalmente lavorando. Un po’ come fanno buona parte dei cozy games.

Non è un caso che la protagonista sia una giovane studentessa sospesa tra le infinite possibilità del futuro e le incertezze che il presente riserva. Il gioco inoltre la colloca proprio all’interno di un semplicissimo convenience store, ai margini della periferia giapponese. 

Se inizialmente il setup narrativo può sembrare scontato, con il passare delle ore ci ritroveremo a coglierne la bellezza e le sue sfaccettature.

Makoto infatti, non è un personaggio qualsiasi, ma rappresenta un vero e proprio momento di vita. Nel giocare vestita da commessa mi sono ricordata di me stessa, nei miei miseri impieghi estivi, triste e malinconica alla ricerca di un sogno di cui faticavo a chiarire i contorni. Makoto, in senso più profondo, racconta con semplicità il passaggio tra adolescenza e età adulta, in cui non si è più abbastanza giovani da rifiutare un’offerta lavorativa eppure non ancora abbastanza formati per comprendere ciò che davvero si desidera.

InKonbini parla sottovoce anche della fatica di sognare in un mondo di adulti che ci imboccano di aspettative velate. Racconta, sempre tra le righe, l’inconsapevolezza, il dubbio e il senso di colpa nel sentirsi ingrati di fronte alle prime opportunità lavorative. 

Durante gli innumerevoli flussi di coscienza di fine giornata, la protagonista infatti ci restituirà spesso un senso di tristezza nell’interrogarsi sul suo destino.

La mia esperienza con InKombini è stata di fatto molto più che un cozy game a mente spenta, ma uno spaccato di vita che mi ha ricordato con dolcezza l’importanza delle piccole azioni nel grande quadro dell’esistenza. Ed è anche grazie ai personaggi secondari che sono riuscita a spingermi verso questa lettura; i clienti dello store non sono infatti dei semplici NPC, ma specifici soggetti che si intrecceranno perfettamente con il nostro racconto, regalandoci momenti di riflessioni alternati ad altri di leggerezza.

Certo, sarei sciocca a credere che InKombini sia un grande videogioco: il gameplay è ripetitivo, le ore totali di gioco eccessive e il game loop piuttosto debole, ma è anche un videogioco sincero e piacevole, come ne servirebbero di più. 

Insomma, non ricorderò di sicuro InKombini come l’opera che mi ha cambiato la vita, ma quei momenti passati ad osservare dalle vetrine l’immensità della campagna rurale cambiare sotto la luce, prima della notte e poi del primo mattino, li porterò certamente nel cuore. 

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