Forza Horizon 6

Un paio di settimane fa mi sono svegliato con una nostalgia quasi incontenibile del Giappone. Mi succede più o meno ogni due o tre mesi da quando sono stato a Tokyo la prima volta, circa sette anni fa, vivendo in prima persona una città che non stento a definire la più bella del mondo. Le case costruite verticalmente, i konbini ogni cento metri, come la luce riflette sulle strade, gli odori, i suoni: Tokyo – nonostante non ci abbia mai vissuto – mi restituisce le stesse sensazioni che mi restituisce casa mia. Con mia grande fortuna, non appena mi è iniziato a salire quel magone dettato da una distanza insormontabile che non può risolversi nell’immediato, mi è arrivato il codice di Forza Horizon 6: l’ultima fatica di Playground Games e sesta iterazione dello spin-off di Forza che rimpiazza la simulazione con l’arcade.

Sarò sincero: non sono mai stato né un giocatore di Forza, né un assiduo player di racing game. Ho avuto la mia fetta di torta, come si suol dire, specialmente nel contesto degli arcade giapponesi che guardano con sprezzo il simulativo, ma difficilmente sono riuscito a connettere con un videogioco di corse puro, che non fosse Gran Turismo. La serie Forza l’ho quindi sempre vista un po’ da lontano, provicchiando qua e là qualche capitolo, tra cui l’ormai penultimo, ma trovando personalmente un po’ respingente l’estro alla Ubisoft che mi ha sempre suggerito. Questa volta, però, la situazione è diversa, perché in quel di Microsoft hanno pensato bene di imporre la location più chiamata della storia del videogioco: il Giappone. 

Per chi non conoscesse la serie, Forza Horizon è un franchise che si basa su due elementi: l’open world e la progressione attraverso gli eventi. L’incipit è quello di un festival musicale itinerante che si sposta di nazione in nazione. Questa volta tocca – per l’appunto – al Giappone, che apre le porte a centinaia di piloti da tutto il mondo, che per un anno intero e attraversando tutte le stagioni, possono contendersi il titolo di miglior pilota di sempre. Di conseguenza noi, attraverso un orribile alter-ego che è possibile personalizzare, decidiamo di prendere parte al festival, cimentandoci nella scalata verso il successo che ci porterà ad esplorare l’intera nazione.

È chiaramente il bignami di una nazione, che concentra in una vasta area open world tutti gli elementi propri di un’ intero stato, che vede qui un centro città ricalcato su Tokyo, i monti innevati di Fukushima, le pianure rurali di Nikko e le spiagge del Pacifico. Ed è letteralmente incredibile. Raramente ho visto un open world così ricco, affascinante, capace di suggerirmi luoghi e sensazioni che ho vissuto realmente in prima persona, come forse – prima di lui – aveva fatto soltanto Grand Theft Auto 5. Anche soltanto gironzolare per le sue strade dà une certa soddisfazione, che per un gioco che sostanzialmente ti costringe a fare avanti e indietro decine e centinaia di volte per partecipare ai suoi eventi, è un bel plus.

Sul fronte ludico, infatti, quello che dovremo fare nei panni del nostro alter ego sarà muoverci fisicamente verso un’iconcina evento (delle centinaia presenti sulla mappa), accettare una determinata sfida e gareggiare, tentando di arrivare sul podio per guadagnare esperienza e denaro. Le sfide sono qui tantissime: dalle classiche corse a più giri che attraversano circuiti o parti intere di mappa, fino a quelle a completamento percentuale; dalle sfida di drift, alle gare illegali notturne; dalle consegne di cibo fino a spettacolari gare dal taglio cinematografico contro enormi mech corazzati. D’altronde, ancora, lo spirito è quello del divertimento puro senza compromessi, che non cerca la fedeltà se non quella visiva, e che tenta in tutti i modi di accontentare qualsiasi giocatore. 

A tal proposito, la progressione si fa qui decisamente più soddisfacente di quella del quinto capitolo, grazie al ritorno dei braccialetti. I braccialetti sono speciali item che vanno conquistati per avere la possibilità di partecipare a gare di livello superiore, e si guadagnano con un evento specifico al quale si può accedere soltanto dopo aver accumulato una certa quantità di esperienza. L’esperienza si guadagna più o meno a ogni attività, così come il sopracitato denaro, con il quale è possibile acquistare più di cinquecento vetture reali, da tenere nel proprio garage, personalizzare e utilizzare per le challenge della rispettiva categoria. Alcune delle suddette macchine possono poi esser trovate anche in giro per la mappa di gioco, acquistandole ad un prezzo minore, se ci si fa andar bene le modifiche estetiche e tecniche che ha effettuato il proprietario precedente. 

In ogni caso il senso di progressione e di quantità di cose da fare è qui enorme. Se si ha voglia, Forza Horizon 6 può offrire davvero centinaia di ore tra la sua campagna principale, gli eventi speciali, quelli a tempo, il multiplayer e così via. Certo, forse manca un po’ quel tipo di progressione più dritta e chiara di un Gran Turismo o di un Forza Motorsport, che non si sarebbe spostata qui particolarmente bene con l’elemento open world, ma il DNA di Horizon vive di regole proprie, e in qualche modo bisogna accettarle. E le si accetta volentieri, mentre si sfreccia per le viette di Shinjuku o sulle alpi dell’Hokkaido, fino a quando non ci si ricorda che Forza Horizon 6 è, comunque, un prodotto di consumo popolare.

Il paragone con Ubisoft che ho suggerito all’inizio di questa recensione non è infatti casuale. Per ogni scorcio straordinario che Forza Horizon 6 riesce a offrire, c’è un contro-elemento che rischia di vanificare il lavoro mostruoso su tutto ciò che funziona. Sono sciocchezze, nel grande quadro di un racing game divertente, che offre una guidabilità bilanciata per tutti, una tecnica straordinaria e tanti contenuti; ma in un gioco come questo ogni singolo elemento ha un valore enorme, e rischia di tirarti in mezzo come di allontanarti in un batter d’occhio.

Per me le cose che non funzionano sono tre. La prima, e forse più grave, sono i personaggi. È vero che in un videogioco di corse le persone sono l’ultima cosa che si dovrebbe stare a guardare, ma quando lo stesso gioco indugia costantemente su cutscene, dialoghi e primi piani di personaggi al limite dell’uncanny valley c’è un problema che non può lasciare indifferenti. Il lavoro su modellazione, animazioni e addirittura doppiaggio, in Forza Horizon 6, è a dir poco criminale, specialmente se messo a confronto con tutto il resto, tanto da fargli perdere due o tre punti fascino nell’economia dell’intera esperienza.

C’è poi l’interfaccia utente: coloratissima, furba, sempre presente. È un’UI che da un lato utilizza una palette e una pesantezza veramente poco eleganti, e dall’altra ci riempie i menù e la mappa di elementi e puntatori da far impallidire un videogioco Ubisoft. Sempre a proposto di Ubisoft, poi, qualunque cosa facciate durante un tragitto vi riempie di punti esperienza. Avete fatto un drift di un secondo? Cento punti! Siete passati vicino a un’altra vettura in corsa? Duecento punti! Avete sfondato un guard rail? Trecento punti! È una filosofia dell’accumulo che – ancora – fa perdere di smalto gli splendidi paesaggi, alla continua ricerca di una dopamina che poco si sposa con un impianto realistico e a tratti naturalistico proprio dell’immensa area di gioco.

Sono problemi marginali, è vero, ma in un gioco con picchi così alti ritrovarsi a confronto con certe sporcature è quasi una pugnalata al cuore. Ma è anche vero che oltre a questo, Forza Horizon 6 ha ben poco di cui lamentarsi.

Chi cercava un gioco simulativo ritroverà qui una grafica fotorealistica da far cadere la mascella, oltre che un sistema di guida che – tolti tutti gli aiuti e a difficoltà più alte – può regalare grandi soddisfazioni. Chi invece preferisce un approccio più arcade sarà felice di avere finalmente tra le mani un videogioco veloce, reattivo, sempre divertente nel suo sistema di guida, ma calato dentro a una produzione di dimensioni quasi titaniche. Insomma, Forza Horizon 6 è un titolo che difficilmente deluderà qualcuno. Forse lo farà arrabbiare per quello che sarebbe potuto essere se solo avesse avuto il coraggio di spingere in questa o in quell’altra direzione, ma quando si parla di videogiochi di questa portata è davvero difficile trovare di meglio. E quindi, probabilmente, va bene così.

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