Giocare a MOUSE P.I. For Hire vuol dire aspettare quel momento in cui scatta qualcosa: un click interno che ti fa smettere di guardarlo come un mero esercizio di stile. Ma se l’unica ambizione di MOUSE P.I. fosse farti sentire dentro un lungometraggio animato degli anni ’30, con un po’ di gameplay, tante armi e un incessante ritmo jazz in sottofondo?
Chiamarlo un Cuphead in prima persona è un’etichetta che potrebbe anche funzionare, sebbene con qualche limite, anche importante. Di base, Fumi Games ruba la stessa audacia estetica dello studio MDHR e ci costruisce sopra un intero gioco basato sulla fedeltà a un’epoca animata lontana, trasportandola interamente dentro un boomer shooter. Il risultato visivo è affascinante: ogni personaggio è un disegno 2D animato a mano che si muove in ambienti 3D realizzati in Unity, attraverso quelle movenze sincopate tipiche delle vecchie produzioni dei Fleischer Studios. Addirittura armi e interfaccia contribuiscono a rendere ancora più vivida l’impressione di ritrovarsi davanti a un cortometraggio dimenticato di cent’anni fa.

Il bianco e nero, a un primo sguardo, potrebbe sembrare un limite, ma in realtà è la scelta più coraggiosa dell’intera produzione. L’assenza di colore costringe il team a lavorare sui contrasti, sulle luci, sulle silhouette dei personaggi. E il risultato è un’estetica che, nel panorama videoludico del 2026, non assomiglia a nient’altro. Basta scorrere i vostri feed instagram e youtube: probabilmente avete visto Mouse P.I. almeno una volta, proprio perché si separa istantaneamente dagli altri contenuti, e proprio perché suggerisce qualcosa di così unico che è impossibile rimanerne indifferenti.
Chiarito questo, bisogna essere onesti su cosa sia MOUSE P.I. come videogioco: un boomer shooter estremamente accessibile. Non perché sia particolarmente grezzo, ma perché Fumi Games ha scelto consapevolmente di non inseguire la complessità di un genere che non sarebbe riuscita a concretizzare fino in fondo. Il ritmo dei combattimenti ricorda più i remake di Quake che i meravigliosi Ultrakill o Prodeus. Il movimento è fluido; il doppio salto, il rampino e il dash funzionano bene (un po’ meno darsi lo slancio sul muro), ma il modo in cui si affrontano gli scontri cambia relativamente poco nelle undici, dodici ore della sua campagna. Per gli appassionati del genere questa scelta potrebbe sembrare una rinuncia; probabilmente è invece la decisione giusta per avvicinare chi non è troppo avvezzo al genere e cerca un’esperienza di gioco più cinematografica e rilassata.
Mouseburg, la città in cui si muove Jack Pepper, è in un certo senso il vero cuore del gioco. Un luogo marcio e stratificato, dominato da corruzione e classismo, raccontato però attraverso la grammatica leggera del noir animato. I dialoghi funzionano proprio grazie a questo equilibrio: humour e cinismo convivono senza spezzare mai il ritmo. Troy Baker restituisce spessore a un personaggio che avrebbe potuto facilmente diventare una banale caricatura. Le musiche sono poi straordinarie, tanto che nella seconda parte del gioco si fanno il miglior tappeto sonoro che ho sentito recentemente, suggerendo sensazioni di meraviglia difficilmente riscontrabili altro. L’hub centrale, l’ufficio di Jack e qualche NPC, appaiono invece più deboli, quasi incompiuti. Forte invece la mappa in pieno stile Cuphead, da attraversare con con una piccola automobile che sostituisce il puntatore.

MOUSE P.I. For Hire occupa uno spazio visivo e culturale che nessun altro aveva ancora esplorato e realmente rivendicato. Il limite più evidente è senza dubbio quello di aver costruito un universo più interessante del gioco stesso: un mondo che sembra interrompersi proprio quando avrebbe potuto davvero mostrare il suo potenziale. Però li perdoniamo: sono i difetti tipici dei debutti così ambiziosi. E questo mi fa chiedere: ci sarà un seguito? Sceglierà un’altra strada? Fumi Games imparerà dai propri errori?
Intanto i numeri raccontano già qualcosa. PlaySide Studios, publisher del gioco, parla di 730.000 copie vendute e del raggiungimento dei costi di sviluppo: abbastanza per affermare che il segno è già stato lasciato. Nel 2026, mentre tutto brucia e si esaurisce nel giro di pochi giorni, non è affatto un risultato scontato.



